Articolo di Quotidiano Arte inerente a Firmato il Decreto che equiparati i titoli rilasciati dalle SAF. Cosa cambia ora per i restauratori? Lo abbiamo chiesto a Laura Baratin

Prof. Baratin*, nelle scorse settimane il Ministro per i beni e le attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, e la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli hanno firmato il decreto che conclude il percorso di equiparazione dei diplomi rilasciati dalle scuole statali di restauro (le SAF Scuole di Alta Formazione): può spiegarci cosa cambia ora rispetto al passato e quale saranno le prospettive di lavoro nel futuro prossimo per i professionisti del restauro?Il 20 dicembre 2017 la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli e il Ministro per i beni e le attività culturali e del turismo, Dario Franceschini hanno firmato il decreto per l’equiparazione dei diplomi rilasciati dalle Scuole di Alta Formazione e di Studio dell’Istituto Centrale per il Restauro, dell’Opificio delle Pietre Dure, della Scuola per il restauro del mosaico di Ravenna e dell’Istituto Centrale per la Patologia del Libro al diploma di laurea magistrale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali – Classe LMR/02 secondo il DM del 2 marzo 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 139 del 17 giugno 2011. Il D.I. n. 564 del 20/12/2017 è stato trasmesso agli organi di controllo per la sua successiva registrazione, secondo il consueto iter legislativo. Con questo atto tutti coloro che sono in possesso del diploma conseguito prima del 2009 ed in possesso del diploma di scuola media superiore, sono finalmente equiparati alla laurea magistrale a ciclo unico in conservazione e restauro dei Beni Culturali. Si è completato dunque un percorso per il riconoscimento di un titolo di studio, da non confondere con la qualifica professionale che riguarda altri aspetti, parliamo dell’articolo 182 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 e successive modificazioni, concernente la disciplina transitoria del conseguimento delle qualifiche professionali di restauratore di beni culturali e di collaboratore restauratore, di cui sono ben note tutte le vicende e che non ha nulla a che vedere con i titoli di studio. Come affermato dai due ministri questo decreto rappresenta la conclusione di un percorso importante riconoscendo “il valore dell’alta formazione culturale di qualità in tutte le sue declinazioni” e, in particolare, il percorso formativo fornito dalle scuole del MiBACT nel restauro, modello per tutte le istituzioni che sostengono questo rilevante settore formativo, quali Università, Accademie e alcuni Enti privati. Rispetto al passato si può dire, sia un atto dovuto che riconosce, il merito ai diplomati delle Scuole statali del MiBACT che tanto hanno contribuito alla diffusione del restauro a livello nazionale e internazionale. Rispetto al futuro per le prospettive di lavoro non cambia nulla, perché il titolo di studio non entra nel merito della qualifica professionale, che rimane un ulteriore passaggio regolato da una disciplina transitoria, iter che tutti auspichiamo prima o poi possa arrivare ad una conclusione. Si fa notare, infatti, che in attesa della fine di questa transitorietà, anche i giovani laureati nella classe LMR/02, che ormai sono più di 500, sia che provengano dalle SAF, dalle Università o dalle Accademie, pur avendo una laurea abilitante ai sensi del D.Lgs. n. 42/2004, non compaiono in nessun elenco del MiBACT e quindi non sono ancora riconosciuti come professionisti. Nei requisiti dei concorsi, quando sono richiesti i titoli di studio, già ora compare “un’equiparazione” tra la laurea della nuova classe e i diplomi delle Scuole del MiBACT, quindi non c’è un cambiamento significativo legato agli aspetti lavorativi e professionali, maeto, è più un gius riconoscimento del valore del percorso formativo svolto nel passato. Ad oggi le istituzioni accreditate dalla Commissione MiBACT-MIUR che preparano i restauratori, sono ormai più di 27 su tutto il territorio nazionale e la docenza, per i laboratori di restauro, è nella maggior parte dei casi docenza a contratto, secondo determinati requisiti stabiliti dall’art.3 del DM n. 87 del 2009, ma senza nessuna stabilità, né prospettive a lungo termine, né tanto meno possibilità di sviluppare ricerca all’interno delle istituzioni in cui viene coinvolta se non in termini del tutto casuali. Si fa notare che in questi corsi circa un terzo dei crediti formativi (mediamente 100 sui 300 richiesti alla fine del ciclo quinquennale) riguardano proprio le attività di restauro con un monte ore nettamente superiore alla parte strettamente teorica. A questo proposito, in una prospettiva futura, utile alla formazione in questo settore, così importante per la salvaguardia del patrimonio culturale, questo riconoscimento potrebbe essere considerato come uno degli elementi caratterizzanti per la definizione del ruolo della docenza professionalizzante, con la creazione di un settore disciplinare adeguato, attualmente mancante.

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Una ruota idraulica: il restauro.

ruota idraulica.È l’ultima ruota idraulica bolognese, costruita in legno di castagno, rovere e conifera, ghisa, ferro ed acciaio:
– legno di castagno o rovere per i travi radiali, e due anelli, del diametro mt 2.80; di conifera per 24 pale, che hanno i supporti in essenza di castagno;
– ghisa per il mozzo e due supporti circolari su cui sono fissati con bulloni e viti sei raggi per ciascun anello;
– in acciaio sono quattro cerchioni che fasciano le circonferenze degli anelli in corrispondenza degli spigoli;
– ferro per piastre di raccordo e bloccaggio, bulloni e dadi.

La ruota idraulica si presentava ricoperta interamente da uno strato spesso vari millimetri di catrame, probabilmente applicato durante una delle manutenzioni che ha subito nel secolo scorso.

Sul toroide centrale si innestano ventiquattro pale: pannelli rettangolari formati da tavole di conifera, fissate su due supporti arcuati; ne mancavano, cadute in seguito a rottura dei supporti.

Qualcuna presentava un supporto rotto o deteriorato da infiltrazioni di acqua e conseguente attacco batterico.

Interventi di restauro eseguiti sulla ruota idraulica:

ruota idraulica parzialmente smontata.

  • rimozione della patina superficiale di catrame, non coeva, e spessa vari millimetri; asportata meccanicamente con martellina da tappezziere e raschietti;
  • asportazione dei tronconi di supporto delle pale, rotti, togliendo con trapano e scalpello i cunei di bloccaggio;
  • sono state ricostruite le parti mancanti o particolarmente deteriorate degli anelli. Un intero arco (un sesto della circonferenza) é stato rifatto con legno di castagno. Interventi precedenti di risanamento, avevano integrato le lacune con tanti piccoli segmenti, pregiudicandone la tenuta. Sono state integrate altre lacune varie, sempre con castagno;
  • circa venti supporti per le pale sono stati ripristinati con essenza di castagno. Anche il tavolato di tre di esse, ha subito sostituzioni con legno di abete; esigenze tecniche hanno suggerito di eseguirne il montaggio con la ruota in posizione verticale.
  • per togliere bulloni e dadi, é stato necessario l’uso di oli disincrostanti, ed il loro riscaldamento; sfruttando la dilatazione termica per sbloccarli. Ciò nonostante qualche bullone non ha retto alla torsione spezzandosi. I bulloni inutilizzabili sono stati rimpiazzati con cavicchie di analoghe dimensioni; i dadi sono stati ricavati da piattina metallica, filettandone il foro.
  • trattamento consolidante mediante imbibizione a pennello di paraloid diluito 8-12% in butilacetato ed acetone, fino a completo assorbimento; ripetuto piú volte in giornate diverse.
  • pulitura delle parti metalliche con raschietti e martellina da tappezziere e spazzole, una volta asportatone il catrame;
  • stabilizzazione del processo di ossidazione con acido tannico al 5% in soluzione idroalcolica;
  • trattamento protettivo con “miscela sana” della Spring Color, olio di lino cotto, solubilizzato con alcol, aceto e limonene, additivato di sali minerali essicativi;
  • ulteriore protezione, data l’esposizione all’aperto del manufatto, con “impenetrabile” della “Spring Color”, composto di olio di lino, solventi vegetali ed essiccativi, come abbiamo visto cui é aggiunta una percentuale di cera.ruota idraulica, inizio ricostruzione.

La ruota idraulica dopo il restauro.

La ruota, unica superstite di un’epoca (età moderna) in cui Bologna disponeva del piú importante sistema di sfruttamento dell’energia idraulica a fini produttivi in Europa (verso la fine del Seicento piú di 350 ruote idrauliche fornivano energia a 119 mulini da seta, la piú alta concentrazione esistente in una città europea.

ruota idraulica, al salone del restauro di Ferrara. E ancora … le acque dei canali sostenevano numerose altre attività industriali, come la concia delle pelli, la lavorazione delle pergamene e della carta, ed i lavatoi per panni e biancherie.).

ruota idraulica esposta a palazzo d'accursio.
Esposta a Palazzo D’Accursio.

La ruota restaurata é stata presentata al Salone del Restauro di Ferrara inserita in un tema piú ampio, l’importanza storica, ed economica dei corsi d’acqua nella città di Bologna.

É stata esposta nel settembre scorso nel cortile di Palazzo D’Accursio.
tutte le immagini

Affreschi: distacco, e loro restauro.

Negli anni ’60, ’70, era abitudine staccare gli affreschi da muri che si stavano deteriorando in palazzi che non avevano condizioni di conservazione ottimali.

Era prassi per restaurarli e riposizionarli una volta ristabilite condizioni ambientali adatte alla loro conservazione.

Conoscenze e metodologie di restauro non erano al livello attuale, e le Soprintendenze finanziavano il distacco per restaurare e conservare.

soffitto decorato
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Purtroppo il meccanismo ha funzionato soltanto in parte, e molti degli affreschi staccati sono ancora alloggiati in magazzini o presso i laboratori che li hanno avuti in consegna per l’esecuzione degli interventi. ancona ligne, restauro di affreschi.

In qualche caso non è neppur stato pagato l’intervento.
Per informazioni: vedi.

Distacco, restauro e ricollocazione di affreschi.

Il distacco di un affresco o di una decorazione murale1 e la sua conservazione, non sono interventi complessi o impegnativi.

Dopo aver applicato sulla superficie pittorica uno strato di isolante, la si velina con carta giapponese e resine acriliche, ottenendo uno strato spesso e resistente.

Quando le resine si sono asciugate, si procede, con bisturi o raschietti a staccare lo strato superficiale dal suo supporto; una volta che lo si è incollato su un supporto mobile e leggero (anche una tela), possiamo rimuovere il film di resina e carta che avevamo applicato sul fronte, ed iniziare con il restauro.

Terminate queste operazioni si procede all’inverso: si riapplica il supporto frontale, si rimuove il supporto provvisorio e si reincolla il film dipinto alla superficie che lo ospitava, che, nel frattempo, è stata consolidata e ne sono state rimosse le cause di possibile degrado.

Attualmente si preferisce intervenire senza rimozione, agendo sul supporto e consolidandolo, abbiamo diverse formulazioni di nanosilici che danno ottimi risultati di ripristino della solidità degli intonaci; ciò ci consente di operare direttamente sul supporto senza interagire con la decorazione.

 


1 – con affresco si intende la decorazione a fresco, cioè applicata sull’intonaco di calce fresca; la carbonatazione favorirà il fissaggio del colore sulla pellicola superficiale del muro. La decorazione a secco, è applicata sulla parete ad asciugatura completa, quindi resterà una pellicola superficiale non incorporata nell’intonaco.

GEOforALL – Disponibili on-line le presentazioni del Technology for All 2017 sui beni culturali, territorio e smart city

Disponibili online tutte le relazioni rese disponibili dai relatori della quarta edizione del Technology for All 2017.

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ISCR – Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro – SETTIMANA DELLA CULTURA La Scuola di Alta Formazione promuove DUE GIORNATE DI ORIENTAMENTO sulla formazione del restauratore oggi e il patrimonio di domani – Santa Marta al Collegio Romano. Restauro Aperto

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Comunicato Stampa su DM Appalti Beni Culturali | CNA

Sorgente: Comunicato Stampa su DM Appalti Beni Culturali | CNA

manutenzione di un mobile restaurato di recente

Il nostro mobile è stato restaurato, … e adesso …? Poche abitudini di manutenzione e attenzioni ci aiuteranno a preservarlo a lungo.

Un mobile durante il restauro viene, di solito, lucidato con gommalacca (una resina originata dal connubio di una cocciniglia su un particolare tipo di pianta presente nell’Asia meridionale) sciolta in alcoli etilico ed isopropilico, applicata con tampone di lana e tela di lino. manutenzione opera

Successivamente può essere eseguito un trattamento protettivo, uno strato di cera microcristallina, tipo Amber, oppure con una pappina di cere di api e carnauba.

Suggerimenti per una costante manutenzione:

  • Non appoggiare cose calde: i trattamenti applicati non sono resistenti alle alte temperature, potrebbero modificarsi generando patine biancastre, o “bollire”, con un effetto di squamatura superficiale.

Un uso costante di sottopentole o sottopiatti lo mantiene nel tempo alle condizion attuali.

Si intendono temperature piuttosto alte, superiori ai 40°, piuttosto eccezionali, dal momento che la pietanza, anche se appena cotta, viene posto in un piatto di ceramica, elemento questo non immediatamente riscaldabile.

Non a caso l’elemento più pericoloso, consommé o brodi, si utilizza costantemente con un sottopiatto.

  • Attenzione ai bicchieri contenenti bevande alcoliche, essendo l’alcol il solvente dei prodotti usati per la lucidatura, il suo contatto potrebbe interagire con la patina superficiale provocandone un degradamento.
  • Ristagni di liquidi: le superfici lucidate sono teoricamente impermeabili, tuttavia, il permanere su di esse di liquidi, in particolare l’acqua, può far si che riesca a penetrare in microfessure e pori del legno, macchiandolo.

manutenzionePer la pulitura:
qualsiasi tipo di sporco o macchia superficiale è asportabile con panno o spugna inumidita; in caso di persistenza, provare con spugna (non abrasiva) e detersivo per piatti, sciacquando accuratamente ed asciugando.

Mantenimento:
si può intervenire periodicamente (una-due volte l’anno) passando un po’ di cera per mobili con panno, asportandone accuratamente gli eccessi.

Porre attenzione alle condizioni climatiche dell’abitazione; in inverno con i riscaldamenti moderni si raggiungono spesso valori di umidità relativa inferiori al 40%, questo fenomeno è dannoso non solo per i mobili in legno, ma anche per noi umani e gli animali domestici.

Si può ovviare con aerazione dei locali, ed utilizzando umidificatori. Un’attenzione, minima e costante aiuta a preservare nelle migliori condizioni il mobile per periodi molto lunghi.

manutenzione per un mobile appena restaurato.

 

 

Intaglio ligneo e ricostruzione delle lacune.

Questo articolo mostra un organo la cui cassa è ricchissima di intagli lignei.

È un ottimo spunto per parlarne.

A volte le opere che dobbiamo restaurare sono carenti di alcune loro componenti e ci viene chiesto di ricostruirle.

Quando a mancare sono parti intagliate il budget messo a disposizione dal committente potrebbe essere insufficiente a remunerare il tempo di lavoro necessario alla realizzazione degli intagli mancanti.

In questi casi, si può anche non accettare il lavoro, se non esistono vincoli contrattuali precedenti, oppure cercare soluzioni che soddisfino il cliente e permettano un buon risultato finale.

Un aiuto in questo senso ci viene dalle resine epossidiche del tipo finto legno.

Il primo passo consiste nel prendere un calco di uno degli intagli superstiti; possiamo farlo con gesso, pasta di pane, gomma siliconica, dopo aver applicato una patina isolante, rimovibile alle superfici di cui si vuole prelevare la forma plastica.

Si riempie il calco ottenuto, con resina epossidica, la migliore è l’araldit hv 427 con relativo indurente, e si lascia fermo finchè non è terminata la reazione di indurimento.

Lo si toglie dal calco, si stuccano eventuali bolle d’aria, si levigano le superfici; il nostro intaglio è pronto per essere applicato e sottoposto alle lavorazioni successive che devono renderlo omogeneo esteticamente al resto dell’opera.

Un esempio di questa serie di interventi si può visualizzare
qui.

Un altro esempio lo possiamo visualizzare in una serie di immagini postate nel vecchio blog, che ripropongo.

ricostruzione di intaglio.
ricostruzione di un intaglio, in resina epossidica.


intaglio collocato in sede.
Intaglio posizionato nella sua sede.

La parte mancante è ottenuta con resina del tipo finto legno.

L’intaglio completo, viene inserito, per prova, nella sua sede originaria.

intaglio dorato e patinato
Intaglio dorato e ricollocato.

Successivamente viene rivestito di gesso, dorato, patinato e fissato.

In certi casi ci troviamo di fronte alla caduta e perdita di elementi dell’opera che stiamo restaurando.

Ovviamente ci viene richiesto di ricostruirli; le tracce evidenti sul pezzo, immagini scattate nel passato, la conformazione selle superfici adiacenti la lacuna, ci possono consentire di comprenderne la loro forma.

In questo caso, se si tratta di modanature, non ci resta che prendere la sagoma di quelle esistenti, realizzarli con la stessa essenza di quelle adiacenti, ed applicarle.

Se siamo di fronte a parti intagliate, aggiungiamo inserti in legno, in una varietà compatibile a quella in opera, fino ad ottenere il volume della forma da ricostruire.

Ricostruzione dell’intaglio con essenza lignea.

Un esempio può essere fornito dalla ricostruzione di una corona intagliata su uno stemma, nell’immagine vediamo il primo passaggio, l’innesto di essenza lignea analoga a quella in opera.

ricostruzione volumetrica dell'intaglio.
ricostruzione volumetrica.

Quando avremo la certezza di una piena adesione della colla, iniziamo a sgrossare la forma, realizzando i contorni esterni della scultura.

inizio sagomatura dell'intaglio.
inizio sagomatura.

Procediamo al perfezionamento della scultura, nei suoi minimi particolari, con sgorbie, scalpelli, bisturi e minitrapano con frese piccole, quelle da dentista sono ottime.

sagomatura dell'intaglio.
sagomatura.

Fino ad ottenere le forme volute.

intaglio terminato.
intaglio eseguito

Non ci resta ora che patinarlo,

intaglio patinato.
intaglio patinato.

collocarlo nella sua sede, completandone gli interventi assieme al resto dell’opera:

intaglio applicato.
intaglio applicato, in fase di lucidatura.

Luce e sue influenze sulle opere

La luce è un insieme di radiazioni che costituisce una fonte di energia.

Concentrazione ed eccessi di radiazioni luminose possono modificare sostanzialmente le condizioni microclimatiche ambientali, con conseguente innesco di processi di degrado.

la luce provoca l'ingiallimento gommalacca
Ingiallimento di film di gommalacca
la luce può sbiancare i colori.
Sbianchimento colori

Tutte le casalinghe sanno che i raggi solari diretti sulle superfici di mobili ne provocano, con il tempo, l’ingiallimento; le tende alle finestre servono proprio come filtro di tali radiazioni.

Film di lucidatura, composti da gomme, prevalentemente gommalacca, sottoposti ai raggi ultravioletti, tendono ad indurirsi, screpolare ed ingiallire.

pulitura parziale e rimozione di sbianchimenti.
La parte destra, evidenzia lo sbianchimento del film protettivo.

Effetto della luce sui colori

Anche i pigmenti delle pitture rischiano di degradarsi se esposti a fonti luminose troppo forti, sia naturali che artificiali.

Molti di questi, utilizzati già nell’antico Egitto, sono derivati dal piombo, un metallo che ha anche una lieve conducibilità elettrica, ed i suoi derivati possiedono spesso una reattività piuttosto significativa:

– biacca, carbonato basico di piombo, (PbCO3)2⋅ Pb(OH)2,

– antimoniato di piombo, Pb3(SbO4)2, giallo Napoli,

– minio, Pb3O4, rosso,

sono molto reattivi a luce, anidride carbonica, solfati e solforati presenti nell’aria, con conseguenti viraggi al marrone, grigio antracite, sbiancamenti.

Uno studio dell’Università di Antwerp in Belgio, pubblicato recentemente, descrive i risultati ottenuti dall’analisi di un piccolo campione di rosso prelevato dal dipinto “Covone sotto un cielo nuvoloso” di Van Gogh, conservato presso il Kröller-Müller Museum.

I ricercatori, dopo aver individuato un sale di piombo mai notato in precedenza, hanno proposto una reazione chimica che porta il minio a perdere il suo colore rosso sotto l’influenza della luce e dell’anidride carbonica:

l’irradiazione luminosa crea spostamenti di elettroni dalla banda di valenza alla banda di conduzione nel rosso di piombo, che é un semiconduttore.

Questo meccanismo avvia una riduzione del pigmento a PbO.

Successivamente viene assorbita progressivamente la CO2 dall’aria o da altri prodotti di degrado del legante dalla pittura ad olio.

Questo forma plumbonacrite come prodotto intermedio che é poi convertito in idrocerussite e poi cerussite (carbonato di piombo) su ulteriore assorbimento di CO2.

Questi prodotti di degradazione sono bianchi.

Distacchi superficiali di impiallacciature, strato pittorico o dorato.

Nelle prime fasi di lavorazione potremmo trovare distacchi superficiali.

La struttura lignea potrebbe essere impiallacciata, con parti parzialmente distaccate, sollevate, o mancanti.

distacco superficiale di impiallacciatura.
distacco di impiallacciatura.

Prima di procedere con la pulitura delle superfici, per non degradarle ulteriormente, conviene fissare, incollare, i distacchi di impiallacciature.

Queste possono essere di spessore da 2, 1, 0,6 mm. a seconda del periodo di realizzazione del manufatto.

Utilizziamo una colla di ossa animale (detta “garavella”), da sciogliere a caldo (maggiori indicazioni sulla sua preparazione sono reperibili qui); la stessa usata nel passato per attaccare le impiallacciature alle superfici lignee.

distacco superficiale incollato.
l’impiallacciatura è stata incollata

Possiamo individuare i distacchi anche dal suono che si ottiene picchiettando leggermente.

Facciamo un piccolo foro, sulla parte distaccata, dal quale inietteremo la colla.

Premendo e rilasciando in successione la parte rialzata otterremo una serie di risucchi che faranno penetrare la colla in tutte le cavità.

È questo il momento di premere a fondo, adatto è il martello a benna o da impiallacciatura, per fare combaciare le superfici.

Applicandovi un peso, o stringendo con strettoi e pressori si bloccheranno fino ad asciugatura della colla.

Su superfici verticali e troppo distanti per la presa degli strettoi, possiamo utilizzare pezzi di compensato fissati con chiodini.

Dopo qualche ora, o il giorno seguente, asportiamo tutto ciò che teneva premute le superfici, verifichiamo di aver ottenuto l’adesione dell’impiallacciatura, e possiamo procedere con la pulitura delle superfici.

fine lavori e recupero dei distacchi superficiali.
I lavori di restauro sono terminati

Eventuali lacune di impiallacciatura, si integrano con pezzetti di piallaccio simile a quello in opera, opportunamente sagomato.

Per rendere meno invasivo otticamente il nuovo inserto, si può cercare di selezionare parti che abbiano un tracciato della venatura (parzialmente) coincidente all’impiallacciatura in opera.

Nelle fasi successive si procederà ad uniformare cromaticamente i nuovi inserti.

Distacchi parziali di superfici dipinte o dorate.

Le impiallacciature non costituivano l’unica forma di impreziosimento di una superficie lignea; questo era fattibile anche con doratura e/o decorazioni pittoriche.

In entrambi i casi si procedeva applicando sulla superficie uno strato isolante e levigato, con biacca (carbonato di piombo) o, gesso, legati con collanti proteici.

Anche in questi casi, prima di eseguire interventi di pulitura o altro, conviene cercare eventuali distacchi di doratura o pittorici, e fissarli, facendoli aderire alla superficie di base.

Si può eseguire utilizzando leganti proteici (colle di coniglio, d’ossa, albume o tuorlo d’uovo), se abbiamo la certezza di quale sia stato utilizzato originariamente.

Una soluzione più semplice, di facile rimozione futura, e compatibile con gli elementi in opera, viene offerta dalle resine acriliche, in particolare il primal AB60, eventualmente asportabile con impacchi di acetone.

La resina, opportunamente diluita1 , si inietta sotto le sollevature di doratura o pittura, fino ad assorbimento completo.

Dopo qualche minuto, si premono le superfici con un batuffolo di cotone igroscopico inumidito, fino ad ottenerne e mantenerne la completa adesione.

Per favorire e velocizzare la penetrazione della colla, si possono fare iniezioni precedenti con alcol etilico denaturato.

È efficace sia in presenza di doratura a lamina o a pennello, argentatura, o pittura, in quanto agisce sugli strati di fondo isolante, ripristinandone la coesione.

Integrazione lacune di fondo isolante
Integrazione di lacune del fondo.

Qualora questo fosse assente, occorrerebbe ricostruirlo: è un altro argomento; nel frattempo si può procedere con la pulitura della doratura o strato pittorico.

integrazione lacune pittoriche.
Eseguito anche il ritocco pittorico.

 

 

 

 

 


[1] Solitamente si utilizza in percentuale tra il 15 ed il 35%, secondo i materiali e le tipologie di distacco.