Cause di degrado dei materiali.

Qui avevo introdotto l’analisi delle cause di degrado per marmi e pietra in genere.

Riprendo l’argomento ripetendo alcuni concetti espressi ed approfondendo.

Cause ambientali di degrado dei materiali lapidei.

Suddividiamo le tipologie di degrado in base alle sue cause:
– fisico
– chimico
– chimico-fisico
– biologico

degrado nell'arenaria.
l’arenaria viene degradata facilmente dall’inquinamento.

 Degrado fisico:
– microtraumi durante la lavorazione;
– uso errato della pietra (cfr. decorazioni, interferenza con altri materiali, es. ferro);
-sforzi eccessivi a cui è stato sottoposto il materiale in opera;
-effetti del vento: asportazione di parti superficiali;
-effetti della luce: può innescare reazioni chimiche di ossidazione;
-effetti dell’aria o meglio dei suoi salti termici;
Carbonatazione: Ca(OH)2 +CO2 → CaCO3 +H2O.

Variazioni termiche -> repentini variazioni di temperatura -> rocce cattive conduttrici di calore -> superficie calda, interno freddo -> tensioni meccaniche -> sgretolamento, scagliatura, esfoliazione, rigonfiamenti.

Acqua, effetti -> solubilizzazione.

Acqua, effetti -> infiltrazione -> dilavamento.

Acqua, effetti -> subflorescenza salina -> variazione del volume interno

– il solfato di sodio aumenta il suo volume fino al 300% – sgretolamento, scagliatura, esfoliazione, rigonfiamenti.

Acqua, effetti -> subflorescenza salina -> tensioni meccaniche -> sgretolamento, scagliatura, esfoliazione, rigonfiamenti.

Acqua, effetti -> efflorescenza salina -> variazione del volume interno.

Le tipologia del degrado fisico.

– Disgregazione: polvere o minutissimi frammenti.
– Esfoliazione: porzioni laminari sottili: sfoglie.
– Scagliatura: parti di forma irregolare e spessore consistente e non uniforme: scaglie.
– Distacco: separazione di strati o di materiale diverso (intonaco) o all’interno dello stesso materiale (pietre: scagliatura, esfoliazione).
– Efflorescenza: formazione di sali, sulla superficie.
– Rigonfiamento: sollevamento localizzato.
– Fratturazione o fessurazione: separazione materiale che implica lo spostamento reciproco delle parti.

Azione della temperatura: variazioni di temperatura e sbalzi termici posso causare sollecitazioni meccaniche, quindi provocare contrazioni ed espansioni, diverse a seconda del diverso coefficiente di dilatazione, comportando variazioni dimensionali e volumetriche.

I fenomeni che possiamo riscontrare sono: sgretolamento, scagliatura,
esfoliazione, rigonfiamento.

Azione dell’acqua:

l’acqua, interagendo con il materiale lapideo caratterizzato da una struttura porosa, nei suoi tre stati (solida, liquida, gassosa) è comunemente considerata la causa principale del degrado fisico.

Può provocare fenomeni tipo: il dilavamento, lento processo di asportazione ed erosione del materiale; subfluorescenze ed effluorescenze saline, cristallizzazione dei sali solubili, alveolizzazione.

Degrado fisico-chimico.

Premessa.
Il gesso è portato a costituire legami con: ossido di ferro, carbone, oli minerali; è soggetto a dilavamento ed esfoliazione.

Azione fisica: alghe, muschi, licheni, piante.

Azione chimica: deiezioni animali, contatto con proteine e grassi.

formazione di gesso -> aumento volumetrico;

formazione di croste nere -> derivanti dalla combustione del petrolio e del carbone, gesso, composti bituminosi e ferrosi, quarzo e silicati, pollini e spore, idrocarburi pesanti che sono appiccicosi e neri.

Si presenta stratificata, per depositi successivi.

Shock termico:
assorbimento radiazioni solari -> parte superficiale pià calda di quella interna,

rugiada e condensa notturna -> parte superficiale più fredda di quella interna:

in entrambi i casi si creano tensioni interne.

Inoltre l’acqua condensata contiene tutte le sostanze inquinanti presenti nell’atmosfera, soprattutto acidi. Il tempo di contatto è molto lungo e man mano che l’acqua evapora la soluzione si concentra.

Tutti i materiali lapidei sono porosi, all’interno può essere presente H2O in tutti i suoi possibili stati di aggregazione.

Questa può penetrare nel corpo poroso per effetto capillare: i gruppi OH ̄ presenti nel materiale esercitano una forza attrattiva nei confronti dell’H2O (pressione capillare che aumunenta con il diminuire del diametro dei pori).

Se la temperatura della pietra scende fino al punto di congelamento dell’acqua, con formazione di ghiaccio, si verifica una variazione di volume, di conseguenza gli sforzi meccanici provocano microfratture.

degrado del metallo e del legno.
i metalli si ossidano, le fibre lignee si deformano.

Simile alla formazione dei cristalli di ghiaccio è il processo di cristallizzazione dei sali solubili, quando si verificano condizioni di saturazione, la diminuzione di temperatura o l’evaporazione possono portare al formarsi di cristalli salini entro gli spazi porosi.

Il fenomeno può avvenire all’interno della struttura porosa, subfluorescenze, causando esfoliazioni e distacco di croste superficiali, e sulla superficie esterna, effluorescenze.

Alveolizzazione.

Può essere favorita o provocata dalla presenza di sali solubili, è caratterizzata dalla presenza di cavità (alveoli), anche molto profonde, distribuite con andamento irregolare sulla superficie del materiale lapideo (naturale e/o artificiale).

Questo fenomeno è spesso spinto fino alla disgregazione e dalla polverizzazione dell’elemento lapideo.

Si manifesta in materiali molto porosi, in presenza di un elevato numero di sali solubili, con condizioni microclimatiche di elevata frequenza di fenomeni di rapida evaporazione sulle superfici lapidee esposte alle intemperie.

È un fenomeno conseguente all’azione disgregatrice esercitata dalla pressione di cristallizzazione dei sali all’interno dei pori del materiale lapideo.

Le soluzioni saline, formatesi in seguito ad assorbimento di acqua, tendono, con l’evaporazione del solvente, a cristallizzarsi aumentando il volume; le pareti dei pori sono così sottoposte a pressioni superiori alla loro capacità di resistenza e si sfaldano.

Reazioni chimiche.

Biossido di zolfo o anidride solforosa, SO2, su mattoni e malte con presenza di alluminato tricalcico (CaO)3.Al.O3, origina solfoalluminato di calcio, 4CaO.3Al2O3.SO3 con aumento volumetrico, quindi dilatazione e disgregazione della malta.

degrado del ferro: ossidazione.
ossidazione del ferro.

Acido nitrico, HNO3, su muratore di mattoni porta alla solubilizzazione del calcio originando nitrato di calcio.

Ca(NO3)2; anche questo composto ha un maggiore volume, e provoca il disgregamento dei mattoni.

Croste nere, si formano in aree esposte ad inquinamento atmosferico, ma non soggette ad intenso dilavamento da parte delle acque piovane.

Il cemento è costituito da gesso sotto forma di cristalli aghiformi, vengono inglobate particelle di natura eterogenea: ossidi di Fe, cristalli di quarzo, calcite, particolato atmosferico, particelle bituminose e carboniose.

Microscopicamente è osservabile una netta separazione tra lo strato “degradato” (solfato di Calcio) e la porzione di pietra sottostante non alterata.

Si formano con la solfatazione della calcite: 2 SO2 +O2 -> 2SO3 SO3 + H20 -> H2SO4

H2SO4 + CaCO3 + H2O -> CaSO4 . 2H20 + CO2

Fenomeni di degrado conseguenti le azioni chimiche.

– volume maggiore di circa il 20%
– coefficiente di espansione termico che è 5 volte superiore
– maggiore affinità per le polveri e sostanze grasse
– minore traspirabilità della pietra
con fenomeni fisici quali:
– tensioni, – rigonfiamenti,
– esfoliazioni,
– scagliature,
– decoesione,
– distacco,
– maggiore suscettibilità alla corrosione.

Aree o patine biancastre. Si formano in zone in cui, a causa del dilavamento della pioggia, i depositi di sporco vengono continuamente asportati in cui avremo presenza di calcite ricristallizzata, cioè zone di degrado localizzato o puntinatura.

Si rivelano microscopicamente come aree con deposito superficiale di CaCO3 in forma microcristallina e polverulenta di contorno irregolarmente frastagliato.

L’anidride carbonica, CO2, provoca la solubilizzazione della calcite.

La solubilità della calcite (marmo) aumenta con l’aumentare della percentuale di anidride carbonica disciolta in acqua:

CaCO3 (Carbonato di calcio, duro, insolubile) + CO2 + H2O -> Ca(HCO3)2 (bicarbonato di calcio solubile).

Il processo avviene anche al contrario. Il bicarbonato che si forma viene parzialmente asportato dalle piogge e in parte, essendo un sale instabile, riprecipita sottoforma di calcite per evaporazione dell’acqua, formando la patina.

Altre reazioni che avvengono e comportano alterazioni molecolari:
SO2 + O2 (anidride solforosa) -> SO3 + H2O -> H2SO4 (acido solforico)
H2SO4 + CaSO4 +H2O -> CaSO4 ּ solfat.Ca + 2 H2O + CO2

Nella fase iniziale si formano aree grigie, degrado superficiale o zona con contatto limitato, di aspetto e struttura intermedia tra le croste nere e le aree o patine bianche.

La pietra non presenta alterazioni macroscopiche.

Degrado microscopico meno evidente che nelle croste nere.

Tipologia tipica di zone sottoposte a moderato dilavamento.

Caratteristiche.

Spessore micrometri CaCO3% sul peso CaSO4 . NH2O % sul peso
Crosta nera 200-1000 0-8 55-85
Area grigia 100-200 13-52 25-55
Area bianca < 100 64-86 0-6

Degrado, corrosione, ossidazione dei metalli.

Rame e bronzo:
L’inquinamento atmosferico, con l’aumento di anidride solforica ed anidride carbonica, SO2 e CO2 ed i relativi acidi che possono costituire, origina patine verdastre costituite dacarbonati basici e solfati basici di rame.

degrado nel legno, polverizzazione e caduta.
le superfici lignee si polverizzano e vengono dilavate.

Sono patine insolubili, in presenza di acido solforico, H2SO4, si forma solfato pentaidrato, CuSO4·5H2O, in polvere o cristalli, comunque solubile.

Ferro:
in presenza di acido solforico, il ferro si trasforma in solfato di ferro ed acqua, Fe + H2SO4 + O2 -> FeSO4 + H2O.

Il solfato di ferro con ossigeno ed acqua, sviluppa idrossido di ferro e solfato di ferro, FeSO4 + O2 + H2O -> FeO(OH) + H2SO4.

L’idrossido di ferro è solubile.

La corrosione è velocizzata dalla presenza di cloruri1, questi facilitano la formazione della condensa e si sciolgono in essa (conduttori di seconda specie); formano clorurati, nei bronzi, si formano clorurati di rame, Cu, molto solubili.

I processi di corrosione distruggono il materiale metallico, trasformandolo e rendendolo solubile.

I due tipi principali di corrosione sono, chimico, a secco in atmosfera ossidante ad alta temperatura, oppure elettrochimico, in ambiente marino.

Con l’aumento dell’inquinamento si ha formazione di solfato di rame, Cu, molto solubile che verrà dilavato dalle piogge (assottigliamento del metallo) ed una diminuzione dei solfati basici insolubili.

Altre tipologie di corrosione sono di origine batterica e da incrostazioni biologiche influenzano direttamente le reazioni anodiche e catodiche.

Inoltre agiscono sulle pellicole di protezione superficiali dei metalli, producendo sostanze corrosive e depositi solidi. Possono essere: forme microscopiche, (batteri) e macroscopiche (alghe e crostacei).

Nei metalli interrati possono essere corrosivi: fenomeni galvanici, composizione chimica, contenuto di ossigeno e pH del suolo, sono importanti la scelta della lega e le correnti vaganti.

degrado del legno esposto ad umidità elevata.
le cromìe del legno si alterano in ambienti umidi.

Il suolo contiene acidi organici derivanti dall’humus, è relativamente corrosivo per l’acciaio, lo zinco, il piombo e il rame.

L’acidità totale di un terreno simile sembra essere l’indice migliore della sua corrosività, più del semplice pH.

Alte concentrazioni di cloruro di sodio e di solfato di sodio in un terreno insufficientemente drenato lo rendono altamente corrosivo.

Un terreno poco conduttore, con un basso contenuto di umidità, sali disciolti o entrambi, è in genere meno corrosivo rispetto a un terreno buon conduttore.

Tuttavia, la sola conducibilità non è indice sufficiente della corrosività; un altro fattore rilevante è la polarizzazione anodica o catodica del suolo.


1 – Lo ione cloruro (formula chimica Cl − ) è lo ione di cloro con numero di ossidazione −1, cioè un atomo di cloro carico negativamente con un elettrone. Esso si forma normalmente sciogliendo acido cloridrico in acqua. I sali che contengono uno ione di questo tipo vengono detti cloruri.

 

Marmo e pietra calcare, cause del loro degrado.

Conoscere le cause di degrado del marmo è essenziale per poter impostare programmi per la conservazione delle opere ottenute da questo.

Possono essere diverse, e di diversa tipologia.

Degrado del marmo e della pietra, per cause ambientali.

Il marmo, come tutte le rocce calcaree, ha poca resistenza alle aggressioni chimiche, specialmente se soggetto ad acidi.

Esposto all’aperto, ed alle intemperie, è soggetto a degrado per le piogge acide.

Queste possono veicolare elementi quali acido carbonico, acido nitrico ed acido solforico, che si formano per ossidazione e dissoluzione in acqua degli ossidi gassosi (CO2, NO2 e SO2), inquinanti atmosferici ed ambientali.

Il carbonato di calcio (CaCO3), principale componente del marmo, è insolubile in acqua.

Le piogge acide possono però reagire chimicamente con esso, trasformandolo in sali solubili, asportabili per dilavamento con perdita di materiale e corrosione superficiale.

La pioggia è sempre leggermente acida, a causa dei gas presenti nell’atmosfera.

La degradazione del marmo procede lentamente, con tempi dell’ordine dei secoli.

croste nere, degrado marmo
croste nere.

Attualmente, l’inquinamento produce acidi molto più forti, sia pure in piccola quantità.

La degradazione allora può essere più o meno veloce, a seconda del grado di inquinamento.

Reazioni comuni che portano al degrado delle opere di marmo o di pietra calcarea.

Carbonatazione: Il diossido di carbonio CO2 che si trova normalmente nell’aria, leggermente acido, dà alla pioggia un ph di circa 6.

Può lentamente attaccare il carbonato di calcio e trasformarlo in bicarbonato di calcio, solubile in acqua: CO2 + H2O + CaCO3 → Ca(HCO3)2.

Solfatazione: Il carbonato di calcio reagisce con l’acido solforico, presente nelle piogge acide, formando solfato di calcio: CaCO3 + H2SO4 → CaSO4 + CO2 + H2O.

Il CaSO4 (solfato di calcio) è circa mille volte più solubile in acqua del CaCO3.

Pertanto l’acqua piovana, per dilavamento, asporta il materiale degradato, cancellando così i lineamenti del manufatto.

Formazione di croste nere: sono costituite da cristalli di carbonato di calcio, di nitrato e solfato di calcio.

Queste sostanze, che si formano per azione della pioggia acida sulla superficie del marmo, sono sciolte nella pioggia.

Quando, per evaporazione dell’acqua, si ridepositano, inglobano particelle carboniose nere.

degrado capitello calcareo
capitello con croste nere
capitello calcare rosso Verona
capitello ripulito; la luce ne falsa la cromia.

Patine e loro tipologia.

Le patine, i film superficiali che ricoprono le opere, ne sono parte costituente; prima di iniziare qualsiasi intervento manutentivo o di restauro, conviene analizzarle con attenzione e definirne la composizione, integrità e funzionalità.

Patine naturali ed artificiali

Possono essere artificiali o naturali, depositatesi sulle superfici con il passare del tempo.
Esempi di patina artificiale, la lucidatura, patine artificiali: lucidaturae naturale: patine naturali: incrostazioni di polvere
Possono essere originarie o successive.

Nel primo caso sono state applicate dall’artista.

Spetta a noi capire se la loro è una funzione estetica, per valorizzare l’opera, attribuendole una profondità di campo apprezzabile visivamente, o protettiva, per mantenere l’opera nel tempo.

Possiamo trovare diverse patine stratificate, con funzionalità diverse. Possono essere lacunose ed a copertura superficiale parziale.
patine articiali: pittura ad olio di lino deteriroatasi

Possono essere state applicate successivamente per ripristinare cromìe e protettivi deterioratisi nel tempo; le definiamo consone e pertinenti l’opera o non compatibili.

In questo caso se ne può valutare la rimozione.

La Direzione Lavori prenderà atto dell’effetto estetico, del grado di protezione o danneggiamento, della testimonianza storica, dell’integrità, per definirne l’eventuale conservazione o rimozione.

Quelle di origine naturale si presentano spesso come accumuli di polveri varie e/o incrostazioni di sporco di diversa tipologia.
patina naturale di polvere su superficie dorata

Sarebbero da rimuovere, ma occorre considerare vari fattori: se si sono compattate o inglobate con la superficie sottostante, la loro rimozione comporterebbe anche l’asportazione di parte dell’opera.

In questo caso conviene assottigliare gli strati invasivi, fermandosi prima di intaccare le superfici: meglio una cattiva pulitura che uno spatinamento o danneggiamento di un’opera.

Gli interventi di restauro sono finalizzati alla conservazione di un’opera, quindi cercheremo di salvaguardare le patine originarie.

Interverremo su quelle degradate per rivitalizzarle ripristinandone le funzioni -oppure ricostruendole se non è possibile la soluzione precedente-, ne integreremo le lacune, ne applicheremo di nuove per proteggere le superfici aumentando il periodo di vita degli oggetti.

Patine di diversa tipologia

Abbiamo scritto che una delle funzioni delle patine è di protezione delle superfici, dalle possibili erosioni nel tempo, dall’attacco di insetti, batteri o virus: una patina è uno strato isolante, quindi inibisce il contatto con gli agenti atmosferici.

Per quanto possano essere di difficile alterazione e durature, la loro esistenza è comunque notevolmente inferiore a quella dell’opera, tanto da poter essere sacrificabili: in caso di alterazione del film protettivo, lo si asporta e se ne riapplica uno analogo, con le stesse funzionalità.

La lucidatura di un mobile, col tempo, e l’esposizione a fonti luminose, tende ad ingiallire, ma al contempo preserva la cromia del legno dallo stesso degrado.

A Bologna e provincia per la costruzione di palazzi avevamo abbondanza di argilla ed arenaria.

Con la prima si costruiscono mattoni, la seconda è una pietra plasmabile, ma non molto resistente: è di origine sedimentaria, risultato di pressione, e tende a sgretolarsi.

I palazzi bolognesi sono realizzati quasi interamente con questi materiali.

Patine su materiale lapideo

Per abbellire le superfici e preservarle nel tempo si sono adottati procedimenti di sagramatura, per i mattoni, e scialbatura per le arenarie: nulla veniva lasciato a vista.
sagramatura su clonnascialbatura su capitelli

In queste immagini vediamo esempi di sagramatura, a sinistra, di
scialbatura sui capitelli a destra.

 

La sagramatura veniva ottenuta con lo sfregamento di mattoni non completamente cotti e calce sulle pareti fino ad ottenere uno strato uniforme di polvere di cotto e calce di qualche millimetro.

Successivamente con l’applicazione di ferri caldi si accelerava la carbonatazione superficiale della calce ottenendo in brevissimo tempo un film superficiale molto resistente, equivalente alla pellicola che troviamo nel guscio delle uova.

La scialbatura la otteniamo applicando una maltina, o boiacca, composta di unamiscela di polvere di arenaria, sabbia fine, calce aerea ed eventualmente un pigmento per ottenere il colore giallogolo tipico della stessa pietra.

In questo modo rivestiamo l’arenaria con un film avente le stesse caratteristiche estetiche, ma che può degradarsi preservando la pietra sottostante.

Restauro: cerchiamo di definirlo

Riprendo le discussioni con una serie di articoli sul restauro.

È mia intenzione riuscire a trasmettere a tutti quella conoscenza minima degli interventi che consenta di potersi avvicinare senza diffidenza ad un laboratorio cui sottoporre la propria opera, per ottenere il ripristino della sua fruizione ottimale.

Per restauro si intende l’intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali.

Nel caso di beni immobili situati nelle zone dichiarate a rischio sismico in base alla normativa vigente, gli interventi saranno tesi ad ottenere condizioni di miglioramento strutturale.

Questo recita l’articolo 29, restauro, risanamento struttura lignea. comma 4, del codice dei beni culturali e del paesaggio, Dlgs 42-04 alla voce restauro.

Azioni che possono essere eseguite per il restauro di un’opera:

– programmazione dell’intervento:
analisi dell’opera,
analisi dello stato di conservazione,
analisi delle cause di degrado,
analisi delle condizioni ambientali del suo collocamento.
 – disinfestazione da parassiti di vario genere;
 – pulitura delle sue superfici;
  – eventuale consolidamento, parziale o totale, e risanamento strutturale e superficiale;
 – integrazione delle lacune superficiali,risarcimenti, stuccature;
ritocco cromatico, integrazione delle lacune pittoriche e delle patine;
  – trattamenti superficiali di lucidatura e o mantenimento;
  – trattamenti protettivi.

Nei prossimi articoli saranno presentati i vari aspetti delle lavorazioni, con l’intento di sviluppare un dibattito utile ad un approfondimento conoscitivo dello stesso.

Alcuni spunti per un inizio della disanima delle varie fasi che possono costituire un intervento di restauro.

Il primo, fondamentale, indirizza gli interventi ed eventuali scelte, è il momento dell’analisi dell’opera.

In questa fase cerchiamo di capire quali siano i materiali che la costituiscono, comprenderne le tecniche di esecuzione, valutare le dimensioni ed i rapporti dei diversi volumi in cui è visivamente suddivisibile, analizziamo le patine ed eventuali innesti che possono essere stati inseriti in precedenti interventi manutentivi o di restauro.

Tutte queste informazioni ci aiutano a comprendere il periodo di realizzazione, il suo mantenimento, e di conseguenza di indicano se e come intervenire per un restauro.

Parallelamente cerchiamo di valutare le condizioni generali del suo mantenimento, un eventuale degrado e da quali fattori possa essere causato.

Questi elementi, uniti ad informazioni sulla sua collocazione dopo il restauro ed il tipo di uso cui sia adibito successivamente definiranno anche la tipologia degli interventi.

Scelta del tipo di intervento

Se dovrà essere utilizzato secondo la sua condizione originaria, il restauro dovrà coinvolgere anche un ripristino in toto delle sue funzionalità;

Se il fine è la sua esposizione museale, si potrà privilegiare un restauro conservativo e di ripristino del suo valore estetico.

In tutti i casi queste scelte coinvolgeranno anche la committenza e, se nominata, la Direzione Lavori.

Una scaletta che potrebbe essere di aiuto nell’indirizzo dell’analisi dell’opera, prima di progettare il restauro, è pubblicata qui, ovviamente non è esaustiva, ma costituisce un punto di partenza.

Catalogazione delle opere su cui si interviene

La catalogazione delle opere e dei nostri interventi sulle stesse è utile per vari motivi.

Le opere di collezioni pubbliche o private sono spesso catalogate, per cui integriamo la documentazione esistente.

Inoltre è importante avere un quadro completo degli nostri interventi, anche per le azioni da intraprendere in futuro.

A tal fine, possiamo predisporre una catalogazione delle opere, intaglio dorato scheda per le opere su cui interverremo, adattabile di volta in volta alle diverse richieste della committenza, che contenga tutti i dati che possono servire a noi o altri per la manutenzione della stessa.

La scheda opera per la catalogazione delle opere.

Come compileremo la scheda e quali dati potranno essere utili per la catalogazione nostra e del committente?

Innanzitutto metteremo un numero, o codice progressivo, di identificazione della scheda stessa, il nome del compilatore e la data.

Inseriremo poi il nome o l’eventuale codice, dell’oggetto, onde possa essere identificato anche in relazione alla collezione di cui fa parte.

Definiremo la tipologia di materiale, concentrandoci sulla sua caratteristica di organicità, questa condiziona o meno le possibilità di degrado biologico.

Ora occorre una descrizione dell’opera, con eventuali conoscenze storiche o culturali ad essa relative. Comprenderemo le sue forme, le misure, e quanto sia utile ad una sua identificazione immediata.

Passeremo poi alla definizione tecnica: analisi dello stato di conservazione, valutazione di eventuale danno biologico e quali ne siano le cause.

catalogazione delle opere, piedeImpostiamo e riportiamo il programma degli interventi da eseguire, siano essi di manutenzione o restauro o conservazione nel tempo. Parallelamente valutiamo eventuali urgenze, specificando anche il tipo di esame effettuato.

Terminati e registrati gli interventi di

scheda opera, carro

manutenzione o restauro, riportiamo anche il piano per interventi, controlli, da eseguire in futuro, e la loro cadenza.

Valutiamo l’incidenza delle condizioni ambientali, eventuali contromisure da prendersi e la regolarità degli interventi da eseguire.

Con questa prassi di catalogazione, lasciamo una documentazione, più o meno dettagliata, che sarà di estrema utilità a coloro che si troveranno a dover mettere mano all’opera in futuro.

Il catalogo degli interventi che elaboreremo, può essere un esempio o testimonianza anche per noi, da utilizzare ogni qualvolta dovremo impostare il piano degli interventi con una nuova commessa simile.
catalogazione, scheda operaSulla sinistra c’è un esempio di scheda opera, cliccando sull’immagine si accede al formato originale A4.

Carta del Restauro per i beni culturali.

La Carta del Restauro definisce le linee guida per intervenire nel restauro e nella conservazione dei Beni Culturali.
carta del restauro, decoro florealeSin dalla fine del sec. XVIII, si delinea l’esigenza di tutelare i monumenti da distruzioni, danneggiamenti ed alterazioni di vario genere.

Nel 1883 si organizzò a Venezia un congresso tra architetti ed ingegneri per dibattere sui temi del restauro e trovare un punto di mediazione: dopo anni di sperimentazioni si giunse ad enunciare alcuni principi che nella sostanza avrebbero dovuto garantire, insieme alla conservazione dei monumenti, anche una loro corretta lettura.

Iniziò un percorso ufficiale di graduale elaborazione di principi, metodologie e prescrizioni per gli interventi, codificati successivamente in una serie di documenti definiti, “Carte del restauro”.

È con la conferenza internazionale di architetti ad Atene nel 1931 che viene definita e scritta la prima Carta del restauro. Articolata in 10 punti indica alcune raccomandazioni per i governi degli Stati, in particolare un invito a:
– curare il proprio patrimonio architettonico,
– uniformare le legislazioni per privilegiare l’interesse pubblico.
– ampliare lo studio dell’arte, insegnando ai popoli l’amore e il rispetto per il proprio patrimonio architettonico.

La Carta del restauro di Atene suggerisce che i restauri siano di tipo filologico, anziché stilistico, stabilisce che nel restauro archeologico e sui monumenti si operi con i canoni dell’anastilosi, consente l’uso di materiali moderni per il consolidamento, quali il cemento armato.

carta del restauro, oio su telaRiprendendo i punti espressi ad Atene, il Consiglio Superiore per le Antichità e le Belle Arti, struttura del Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1932, emanò la Carta del restauro italiana, la prima direttiva ufficiale dello Stato Italiano in materia di restauro.

È presente un’importante innovazione: la definizione di “restauro scientifico”, ad opera di Gustavo Giovannoni (1873-1947), che suggerì che in ogni intervento occorre utilizzare le più moderne tecnologie per poter giungere a interventi scientifici di restauro.

Nel 1964, a Venezia, il Secondo Congresso Internazionale degli Architetti e Tecnici dei Monumenti, riunitosi dal 25 al 31 maggio 1964, definì una nuova carta del restauro: la Carta del restauro di Venezia. A questa stesura diedero un grosso contributo gli studiosi italiani, Cesare Brandi, Roberto Pane e Pietro Gazzola, tra gli altri.

La carta si compone di 16 articoli e definisce i principi, che possono essere considerati immutabili, della metodologia del restauro architettonico. Questa carta sottolinea l’importanza dell’aspetto storico di un edificio, e introduce per la prima volta il concetto di conservazione anche dell’ambiente urbano che circonda gli edifici monumentali.

carta del restauro, intaglio doratoÈ nel 1972 che viene diffuso il testo della Carta italiana del restauro. È integrata da una relazione introduttiva e quattro allegati inerenti l’esecuzione di restauri archeologici, architettonici, pittorici e scultorei oltre che la tutela dei centri storici.

La Carta del restauro, nella cui compilazione è stato fondamentale l’apporto di Cesare Brandi, definisce quali siano gli oggetti interessati da azioni di salvaguardia e restauro, previste, per la prima volta, anche per singole opere d’arte, edifici d’interesse monumentale, storico o ambientale, centri storici, collezioni artistiche, arredamenti, giardini, parchi, resti antichi scoperti in ricerche terrestri e subacquee.

La salvaguardia è costituita dall’insieme d’interventi conservativi attuabili non direttamente sull’opera (manutenzione e conservazione);
con restauro si considerano gli interventi tesi a mantenere in efficienza, a facilitare la lettura e a trasmettere al futuro le opere oggetto di tutela.

Si puntualizza la corrispondenza tra restauro e beni culturali. Fornisce indicazioni dettagliate sugli interventi da evitare per qualsiasi opera d’arte (completamenti in stile, rimozioni o demolizioni che cancellino il passaggio dell’opera nel tempo, rimozioni o ricollocazioni in luoghi diversi dagli originari, alterazioni delle condizioni accessorie, alterazione o rimozione delle patine) e su quelli consentiti (aggiunte per ragioni statiche e reintegrazione di piccole parti storicamente accertate, puliture, anastilosi, nuove sistemazioni di opere, quando non esistano più o siano distrutti l’ambiente o la sistemazione tradizionale).

La Carta ammette l’uso di nuove tecniche e materiali per il restauro, se autorizzate del Ministero della pubblica istruzione (competente all’epoca nel settore dei beni culturali), previo parere dell’Istituto centrale del restauro. Si prendono in considerazione anche i danni arrecati dall’inquinamento atmosferico e dalle condizioni termo-igrometriche.

Le indicazioni fornite dalla Carta costituiscono una sorta di normativa generale del settore riguardante la conservazione ed il restauro delle opere d’arte ed è tuttora utilizzata come guida per la progettazione degli interventi.

Gli allegati invece sono stati concepiti come strumenti rinnovabili e aggiornabili secondo le necessità derivanti dalle acquisizioni tecnico-scientifiche.
carta del restauro, intaglio dipintoSuccessivamente altri convegni internazionali apportano integrazioni e nuove scritture:

Carta di Amsterdam nel 1975: si approva la Carta europea del patrimonio architettonico, promulgata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Questa riconosce l’architettura singolare dell’Europa quale patrimonio comune di tutti i popoli che la compongono ed afferma l’intenzione degli Stati membri di cooperare fra di loro e con gli altri Stati europei al fine di proteggerlo.

Carta di Washington nel 1987, completando la Carta internazionale sulla conservazione ed il restauro dei monumenti e dei siti (Venezia, 1964), definisce i principi e gli obiettivi, i metodi e gli strumenti atti a salvaguardare la qualità delle città storiche, a favorire l’armonia della vita individuale e sociale ed a perpetuare l’insieme di beni anche modesti, che costituiscono la memoria dell’umanità.

Carta di Cracovia nel 2000. Questa carta dichiara esplicitamente di rifarsi ai principi espressi dalla Carta di Venezia. La grande novità è che in questo documento si parla di patrimonio e non più di monumento architettonico. Quindi principi del restauro non si applicano solo agli edifici più importanti ma agli interi centri storici.

La Carta di Cracovia si pone l’obiettivo di sensibilizzare alla conservazione e manutenzione l’intero territorio, compreso le aree paesaggistiche non costruite, in quanto è l’intero territorio a custodire elementi molto importanti della storia e della cultura umana.

Insetti xilofagi, premessa

Con gli insetti xilofagi, questa breve esposizione, riprendo l’analisi degli elementi che possono provocare o provocano condizioni di degrado nei manufatti lignei.

Insetti xilofagi.

L’attacco di insetti è l’evento più temuto dai possessori di opere in legno; in realtà potrebbe costituire un accadimento endemico con il trascorrere del tempo, senza essere pericoloso.

Quando ci accorgiamo dell’attacco, questo è in corso. Possiamo soltanto cercare di impedirne la ripetizione.

Sia le varie specie di tarli, che di capricorni si nutrono di cellulosa durante lo stadio larvale che può essere di due-quattro anni.

Quando vediamo il caratteristico foro da cui esce segatura molto fine, l’insetto è uscito e sta cercando di accoppiarsi.

insetto xilofagoDalla dimensione dei fori di sfarfallamento possiamo determinare a grandi linee il tipo di insetto che sta agendo;

    • se i fori hanno un diametro di 8-10 mm siamo in presenza di cerambicidi, capricorni.
      La notevole dimensione delle loro gallerie, ed il tempo di azione (circa quattro anni) li rende abbastanza pericolosi per la tenuta strutturale dei legni che stanno divorando.
      La loro presenza è caratteristica della prima stagionatura del legno, quando ha un grado elevato di umidità assoluta, e scompaiono con la stagionatura.
      Nel momento che si individuano le tracce del loro intervento, conviene agire con tempestività, chiamando un disinfestatore professionista.
      Gli interventi faidate, con prodotti consigliati dal fornitore di fiducia, spesso non costituisce una soluzione efficace.
      Gli antitarli in commercio hanno un tempo di degrado inferiore ai sei mesi, e non agiscono nei confronti delle larve che sono all’interno.
  • Quando i fori sono di circa 1 mm sta agendo qualche specie di tarlo “comune”, caratteristico degli ambienti non vissuti, spesso non riscaldati, e sufficientemente umidi.
    La sua presenza, raramente costituisce pericolo per la solidità del legno, ma è comunque fastidiosa la perdita di segatura dai fori.
    Anche in questo caso conviene rivolgersi ad un professionista.
Prevenzione possibile

Oltre all’intervento disinfestante, si possono adottare misure preventive con il controllo del microclima ambientale.

Valori di umidità relativa al di sotto del 60% ed una temperatura costante intorno ai 18-22 °, nel corso del tempo, inibiscono la capacità dei tarli di estrarre il nutrimento dal legno.

In conseguenza avremo la loro morte per fame nello stadio di larve, o migrazione se adulti.

Anche i suoni li spingono ad allontanarsi.

Più pericolosi, fortunatamente rari nelle nostre zone, gli attacchi di termiti. Queste vivono in colonie numerose, e sono in grado di mangiare notevoli quantità di cellulosa, carta, legno, paglia.

Qualora se ne individui la presenza, non occorre tergiversare: prima si interviene e maggiore è la sua efficacia.

Seguiranno altri articoli.