Intaglio ligneo e ricostruzione delle lacune.

Questo articolo mostra un organo la cui cassa è ricchissima di intagli lignei.

È un ottimo spunto per parlarne.

A volte le opere che dobbiamo restaurare sono carenti di alcune loro componenti e ci viene chiesto di ricostruirle.

Quando a mancare sono parti intagliate il budget messo a disposizione dal committente potrebbe essere insufficiente a remunerare il tempo di lavoro necessario alla realizzazione degli intagli mancanti.

In questi casi, si può anche non accettare il lavoro, se non esistono vincoli contrattuali precedenti, oppure cercare soluzioni che soddisfino il cliente e permettano un buon risultato finale.

Un aiuto in questo senso ci viene dalle resine epossidiche del tipo finto legno.

Il primo passo consiste nel prendere un calco di uno degli intagli superstiti; possiamo farlo con gesso, pasta di pane, gomma siliconica, dopo aver applicato una patina isolante, rimovibile alle superfici di cui si vuole prelevare la forma plastica.

Si riempie il calco ottenuto, con resina epossidica, la migliore è l’araldit hv 427 con relativo indurente, e si lascia fermo finchè non è terminata la reazione di indurimento.

Lo si toglie dal calco, si stuccano eventuali bolle d’aria, si levigano le superfici; il nostro intaglio è pronto per essere applicato e sottoposto alle lavorazioni successive che devono renderlo omogeneo esteticamente al resto dell’opera.

Un esempio di questa serie di interventi si può visualizzare
qui.

Un altro esempio lo possiamo visualizzare in una serie di immagini postate nel vecchio blog, che ripropongo.

ricostruzione di intaglio.
ricostruzione di un intaglio, in resina epossidica.


intaglio collocato in sede.
Intaglio posizionato nella sua sede.

La parte mancante è ottenuta con resina del tipo finto legno.

L’intaglio completo, viene inserito, per prova, nella sua sede originaria.

intaglio dorato e patinato
Intaglio dorato e ricollocato.

Successivamente viene rivestito di gesso, dorato, patinato e fissato.

In certi casi ci troviamo di fronte alla caduta e perdita di elementi dell’opera che stiamo restaurando.

Ovviamente ci viene richiesto di ricostruirli; le tracce evidenti sul pezzo, immagini scattate nel passato, la conformazione selle superfici adiacenti la lacuna, ci possono consentire di comprenderne la loro forma.

In questo caso, se si tratta di modanature, non ci resta che prendere la sagoma di quelle esistenti, realizzarli con la stessa essenza di quelle adiacenti, ed applicarle.

Se siamo di fronte a parti intagliate, aggiungiamo inserti in legno, in una varietà compatibile a quella in opera, fino ad ottenere il volume della forma da ricostruire.

Ricostruzione dell’intaglio con essenza lignea.

Un esempio può essere fornito dalla ricostruzione di una corona intagliata su uno stemma, nell’immagine vediamo il primo passaggio, l’innesto di essenza lignea analoga a quella in opera.

ricostruzione volumetrica dell'intaglio.
ricostruzione volumetrica.

Quando avremo la certezza di una piena adesione della colla, iniziamo a sgrossare la forma, realizzando i contorni esterni della scultura.

inizio sagomatura dell'intaglio.
inizio sagomatura.

Procediamo al perfezionamento della scultura, nei suoi minimi particolari, con sgorbie, scalpelli, bisturi e minitrapano con frese piccole, quelle da dentista sono ottime.

sagomatura dell'intaglio.
sagomatura.

Fino ad ottenere le forme volute.

intaglio terminato.
intaglio eseguito

Non ci resta ora che patinarlo,

intaglio patinato.
intaglio patinato.

collocarlo nella sua sede, completandone gli interventi assieme al resto dell’opera:

intaglio applicato.
intaglio applicato, in fase di lucidatura.

Lacche orientali, restauro e conservazione

Le lacche orientali, giapponesi o cinesi, sono tecniche e materiali che non rientrano nelle nostre conoscenze abituali.

Il mantenere un’abitudine ad incrementare le nostre conoscenze ed una pratica costante di aggiornamento e documentazione costanti, possono aiutarci.

Il restauro di oggetti orientali laccati comporta diversi interrogativi ed difficoltà di esecuzione.

lacche orientali: tavolini giapponesi.
Tavolini ad incastro in lacca.

In Estremo Oriente, Cina e Giappone, utilizzavano l'”urushi”, una linfa viscosa estratta dalla corteccia del Rhus verniciflua, purificata e raffinata.

Si preparavano le tavole con una prima stesura di tale resina mista terre argillose.

Dopo accurata levigatura si iniziava a stendere vari strati, intervallando con processi di levigatura, di resina ed ossido di ferro.

Al termine si otteneva una superficie brillante, uniforme di colore nero.

Con miscele di resina e pigmenti si procedeva ad eseguire i disegni.

Le dorature venivano realizzate spargendo polveri metalliche (oro, argento, ottone) su resina fresca, lavorandole con pennellini adatti.

paravento in lacca orientale.Per ottenere i colori, la resina veniva miscelata con cinabro (rosso) o orpimento (solfuro di arsenico) per i gialli ed i verdi.

Per poter intervenire su oggetti a lacche cinesi o giapponesi, dobbiamo partire da queste conoscenze di base.

Attenzioni negli interventi su lacche orientali.

La resina, costituente la base delle lacche orientali, reagisce con tutti i solventi polari, dando origine a spiacevoli sbianchimenti.

Eventuali puliture dovremo eseguirle meccanicamente, con bisturi, spazzole morbide o, eventualmente abrasivi leggeri.

Possiamo ottenere degli ottimi risultati di ritocco cromatico con colori a vernice procedendo con velature successive.

Le difficoltà maggiori le incontriamo se dobbiamo eseguire delle lucidature localizzate: le gomme che si usano abitualmente hanno solventi alcolici, incompatibili con le lacche, inoltre altererebbero le cromìe, non essendo completamente trasparenti.

Risultati soddisfacenti si possono avere con passaggi successivi e levigature con laropal (soluzione commerciale: “vernice finale 033” di “Antares”) finendo con vari passaggi di regalrez 1026 (“vernice finale 075” sempre di “Antares”), resine a basso peso molecolare, in altre parole, costituite da polimeri molto piccoli che con l’evaporazione del solvente tendono a livellarsi ed a riempire le microasperità superficiali.

Per la levigatura si possono usare tamponi con polvere di carbon fossile o pietra pomice.

Pulitura su opere.

Fatto un attento esame dell’opera, avviamo le azioni di pulitura.

Iniziamo con un’accurata, seppur leggera, spolveratura.

In questa fase avremo cura di valutare lo stato di coesione superficiale: non sempre si tratta di un unico materiale, e ci possono essere sollevature e/o distacchi del film superiore, sia esso uno strato pittorico, o una doratura, o un’impiallacciatura.

In questo caso fissiamo sollevature e distacchi con collanti e pressori, riprendendo il lavoro quando avremo la certezza che i leganti aggiunti siano solidificati.

Anche nel caso di opere lapidee, avremo l’opportunità, di valutare la coesione dei materiali e la loro resistenza ai trattamenti successivi, senza danneggiamento di alcun tipo.

Spolverate le superfici, avendo la consapevolezza della loro integrità, passiamo alla pulitura con tecnologie e materiali che non risultino invasivi e degradanti delle superfici e delle patine originarie, ma ci aiutino ad eliminare soltanto patine improprie e sporco.

Una descrizione più articolata delle procedure, per una pulitura ottimale, la si può reperire qui.

pulitura dipinto ad olio
pulitura parziale di un dipinto ad olio

Sia che si debba restaurare, che manutenere un’opera, la pulitura costituisce l’intervento più importante che affronteremo.

È in queste fasi che approcceremo il metodo corretto per la salvaguardia del bene e delle sue superfici, in particolare se stiamo intervenendo su opere policrome o dorate.

I nostri interventi avranno la finalità di preservare il bene, senza modificarlo né danneggiarlo, quindi le nostre prime valutazioni riguardano la tipologia dello sporco che incontriamo, se e come intervenire.

Intervento di pulitura su superfici dorate o policrome.

Eliminata la polvere, incontreremo “patine” composte di depositi vari e/o film superficiali di vecchi strati protettivi.

Decideremo per la loro rimozione, totale o parziale, o il mantenimento sulla base di alcune considerazioni.

Uno dei motivi per sceglierne la rimozione, è costituito dall’impedimento che può frapporre alla leggibilità dell’opera, ne filtra, copre o nasconde le cromie originali.

Se costituiscono anche un fattore di degrado per l’opera, interverremo certamente con la loro rimozione: è una delle poche certezze.

Se sappiamo che una delle sostanze presenti ossidandosi si irrigidisce comportando la compromissione dello strato pittorico provocando microfessure o sfogliamenti o un diverso degrado, dobbiamo asportarla, con le dovute attenzioni.

pulitura da eseguire
un particolare di decorazione da pulire.

In altri casi, potremmo decidere per la rimozione in quanto potrebbe facilitare gli interventi di restauro o manutenzione della patina pittorica.

Dopo aver analizzato come questi corpi “estranei”, non coevi, possono avere interagito con gli strati superficiali, di colore, di doratura o preparazione di fondo.

pulitura eseguita
decorazione dopo pulitura.

Se asportandoli, rischiamo di eliminare parte delle patine originali, ci conviene lasciarli.

È meglio non intervenire se si sono alterati nel tempo ed hanno acquisito caratteristiche molto simili a quelle delle cromie con cui sono in contatto.

Teniamo sempre presente che in un futuro più o meno prossimo possono essere trovati nuovi materiali, sviluppate nuove tecnologie, più selettivi/e di quanto abbiamo disponibile.

 

Quattro stagioni: allegoria ricorrente e restauro

L’allegoria delle quattro stagioni è ricorrente nell’arte fin dal tempo di Roma antica; ripresa ampiamente con il neoclassicismo.
È un tema che incontriamo anche nelle arti figurative.
A volte, quello che appare un insignificante motivo ornamentale, stravolto da spessi strati di vernice, si rivela, se restaurato uno stucco decorativo di rara bellezza.
quattro stagioni, estateprimavera, quattro stagioniRimuovendo con bisturi e spatole le verniciature e le incrostazioni sugli stucchi presenti in una villa nella bassa bolognese, sono apparsi, gradualmente modanature e altorilievi in gesso risalenti al XVII secolo, opera di un artigiano piuttosto competente.
In corso d’opera ci siamo accorti che gli stucchi presentavano colori e decorazioni tipiche delle stagioni dell’anno riproponendo un’allegoria delle stagioni.
Una volta ripulite le plastiche originarie, i colori erano presenti in quantità sufficiente per consentire una lettura delle opere.
Si è quindi proceduto all’integrazione delle loro lacune.
quattro stagioni, invernoquattro stagioni, autunno
Un trattamento superficiale con resine acriliche, consolidante e protettivo, imbibite a pennello, ha riportato le modanature alle condizioni originarie.
modanature, stucco neoclassico
Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo (il periodo neoclassico) era abituale riprendere stili ed iconografia dall’arte espressa nel mondo ellenico e latino, in particolare dalla Roma antica.
È abbastanza usuale ritrovarne tracce ed opere nei palazzi di quel periodo.
Un esempio lo troviamo nel corridoio di una villa bolognese, in quattro medaglioni in stucco con modanature rettangolari e ghirlanda circolare, che propongono le divinità latine e richiamano simbologia, tecnologia e materiali del periodo neoclassico.
stucco neoclassicostucco neoclassico
Oltre alle divinità, alle allegorie, alle quattro stagioni, l’arte neoclassica richiama pure elementi di vita quotidiana, espressa dalle forme artistiche della Roma antica; un esempio è il medaglione dell’ultima immagine, posto ad inizio e fine di una serie di cammei decorativi: propone una biga tirata da quattro cavalli.
stucco neoclassico stucco neoclassico

stucco neoclassico

Etnografico, esempi di interventi.

Oggetti etnografici, utensili, macchinari di uso corrente nell’attività artigianale, agricola e nella vita quotidiana, costituiscono testimonianza importanti del nostro recente passato.

Sia quando sono collocati in musei, sia quando vengono utilizzati come complementi di arredo, con funzione meramente estetica e decorativa, il restauro di materiale etnografico richiede interventi mirati anche a manutenzione e conservazione: raramente viene richiesto che siano messi in condizione da poterli utilizzare. etnografico, barca a fondo piatto

Barca a fondo piatto ed altro

In questo caso si tratta di materiali di uso nella vita nelle valli emiliane: una barca a fondo piatto con pertica e rete, una morsa per la costruzione di scope, una carriola e vari altri utensili. etnografico, rete da pesca,

La barca, con il fondo catramato ed il resto laccato con smalto opaco, è stata sottoposta ad interventi di pulitura con acqua ed ammonio carbonato in tutte le sue parti, mantenendo i resti dei trattamenti precedenti che contribuivano al mantenimento della sua funzionalità.

etnografico, morsa per scope,
morsa per scope.

Anche la rete e la pertica sono state ben ripulite; applicando successivamente a quest’ultima un trattamento protettivo con olio di lino cotto, e successivamente cera microcristallina, tipo “Amber”.

La morsa per scope, presentava diverse incrostazioni fangose, anch’essa è stata pulita e sottoposta a trattamenti protettivi, dopo aver ricostruito gli appoggi della base, molto deteriorati.
etnografico, utensili vari,

Alcuni utensili in ferro con manico in legno.

Il metallo è stato spazzolato fino a rimozione dell’ossido ferroso formatosi nel tempo, è stato trattato con un inibitore di ossidazione: acido tannico all’etere, al 5% in soluzione idroalcolica, e protetto con cera microcristallina.

I manici in legno sono stati puliti e trattati per la conservazione.

Un altra macchina di tipo etnografico.

etnografico, leggio per negativi fotografici,
Leggio per negativi

Uno degli aspetti piacevoli dell’attività di restauro è costituito dal venire continuamente in contatto con opere ed oggetti nuovi, a volte sconosciuti.

Lavorando anche su componenti etnografici, può accadere più facilmente.

Ciò impone una continua ricerca di informazioni, dati e conoscenze che contribuiscono ad arricchire notevolmente il proprio bagaglio culturale.

In questo caso ci troviamo di fronte ad un leggio per il ritocco di negativi fotografici: pur dilettandomi di fotografia, ed aver lavorato in camera oscura, in un passato remoto, non avevo mai incontrato uno strumento simile.

È una scatola chiudibile, composta da una struttura in legno massello di noce, a tre telai incernierati, in quello sottostante è incastonato uno specchio, in quello centrale abbiamo un vetro trasparente e dei regoli spostabili in legno che consentono di posizionare il negativo.

Il terzo è un coperchio, ed un riparo da luci sovrastanti, troppo forti. Sui lati è dotato di supporti e viti che consentono di posizionare le parti nel modo più conveniente per lavorare.

Due immagini che consentano una visualizzazione completa:
etnografico, leggio semichiuso,

etnografico, leggio chiuso,
leggio chiuso.

Dopo l'”ammirazione” e lo studio dell’oggetto si è passati agli interventi:

– disinfestazione in autoclave, in quanto erano evidenti fori di sfarfallamento di insetti xilofagi, che ne avevano corroso alcuni spigoli;

– risanamento della struttura, incollando tutte le parti della struttura non più solidali per decoesione delle colle;

– ricostruzione degli spigoli deterioratisi e rottura su un incastro, con resina araldit SV 427 e stucco;

– trattamento protettivo con pappina di cere animali e vegetali.

Continueremo prossimamente 🙂

Materiale etnografico: definizione

 

Con materiale etnografico si intende tutto ciò che ha un utilizzo nella vita e lavoro umano, quindi utensili, macchine, ed oggetti di arredamento tipici dell'attività artigiana e contadina. 
Anche quelli utilizzati per la vita quotidiana rientrano in questa categoria.
Possono essere semplici utensili, oggetti comuni, ma anche macchinari spesso ingegnosi, funzionanti e efficacemente produttivi. 

Conservare, e mantenere le funzionalità originarie dei vari attrezzi o utensili etnografici, è un passaggio necessario alla loro valorizzazione. 
I materiali etnografici sono testimonianza percepibile, di una cultura tipica del nostro passato, anche prossimo. 
Spesso, presso i musei etnografici, che ne raccolgono le collezioni, si organizzano attività pedagogiche con seminari, corsi e rappresentazioni, orientate sia ai ragazzi delle scuole primarie e secondarie, che ad adulti. È quindi importante che siano mantenuti funzionanti
Si tratta di manufatti composti di materiali diversi, con meccanismi e movimenti vari.

Alcune immagini esemplificative di materiale etnografico

Ecco alcuni esempi di attrezzi, utensili e macchinari.

Conservazione e restauro del materiale etnografico: accenno alle problematiche connesse

La conservazione e manutenzione di materiali etnografici, nonché il loro restauro, richiede approcci di intervento differenziati, per rispettare le varie componenti costituenti Il legno è il materiale che si incontra più frequentemente, unito a ferro, ghisa, metalli vari, cuoio e fibre di origine vegetale. La loro diversità richiede conoscenze specifiche, ed operazioni mirate. Altre problematiche sono legate alle esigenze della committenza: abbiamo visto che questi manufatti costituiscono un’importante memoria storica delle attività umane, possiedono una rilevante importanza culturale. Può essere richiesto di ripristinarne anche funzionamento e potenzialità operativa, per dimostrazione, corsi, mostre. In tutti questi casi occorre predisporre un piano lavori studiato ad hoc. In un futuro prossimo si approfondirà questo aspetto, attraverso esempi di interventi effettuati su materiali etnografici diversi.

materiale etnografico
ingranaggio di un trinciaforaggi.

Stucco e ricostruzioni superficiali.

Lo stucco è un ammasso morbido e malleabile che si utilizza per chiudere piccole lacune e microfessure, onde ottenere un’omogeneità superficiale essenziale per un effetto esteticamente uniforme.

Lo stucco e la stuccatura su opere lignee.

È costituito di tre componenti, un inerte, un legante, e pigmenti; se lo si diluisce diventa utilizzabile anche come colore ed applicabile a pennello.

Intervenendo su legno, l’inerte che consente di ottenere i migliori risultati è il gesso Bologna o solfato di calcio biidrato CaSO4 · 2H2O.

Una volta che si sono rotti gli ammassi, portandolo ad una consistenza polverosa, lo si setaccia e si procede alla preparazione dell’amalgama.

Preparazione dello stucco.

Sistemiamo il gesso ridotto in polvere su una superficie liscia e pulita, lo misceliamo con le polveri pigmentati più sottili e volatili, il nero d’avorio (polvere d’ossa combuste), il giallo (ossido di ferro) e ne ricaviamo una fontanella in cui verseremo la colla1.

Impastiamo fino ad ottenerne la consistenza desiderata, e correggiamo la colorazione.

Si presenta di colore verde, aggiungeremo il rosso (ossido di ferro) per ottenere un colore simile a quello del legno costituente l’opera su cui stiamo intervenendo.
spatole per applicazione stucco.
Eseguiamo l’applicazione del composto con spatole in acciaio, flessibili, ma non troppo; dobbiamo spingere la malta in fondo alle lacune per ottenere una struttura coesa ed uniforme.

Le spatole possono essere di varie forme, come nell’immagine a sinistra, con manico, lamine rettangolari, o martellate a goccia; sceglieremo di volta in volta quella più funzionale alla lavorazione specifica.

Dopo l’applicazione attenderemo qualche ora, che si asciughi completamente.
abrasivi per lavorazione stucco.
A questo punto procediamo con l’asportazione degli eccessi, utilizzando spugne abrasive a grana fine, bisturi, lame e paglietta metallica.

Tutti questi abrasivi sono piuttosto leggeri e controllabili, consentendoci di intervenire sulla sola massa dello stucco, senza compromettere le patine superficiali adiacenti.

Terminate queste operazioni, procederemo con i tratt amenti superficiali previsti.

A questo link è scaricabile la scheda tecnica che utilizziamo nella nostra attività


1 – è preferibile utilizzare colla di coniglio: si fa gonfiare per qualche ora, in proporzione del 12-15% in acqua, e la si scioglie a bagnomaria.

Materiali lapidei: pietre e stucchi.

I materiali lapidei: pietra, cotto, stucchi, malte ed intonaci.

Ogni volta che interveniamo per la manutenzione o il restauro di edifici, monumenti o inserti architettonici lavoriamo su materiali lapidei.
materiale lapideo, marmo
Marmo, travertino, calcare, arenaria, da secoli vengono utilizzati per abbellire le facciate di palazzi, come basi e capitelli per colonne, bancali per finestre, colonne, placche superficiali, …

Le strutture sono costruite in mattoni di argilla, cotti al forno o pietra, scavata e tagliata.

Successivamente, vengono ricoperte con malte a base di calce e sabbia: l’intonaco.

Da ultimo, si possono integrare modanature, altorilevi ed inserti vari in stucchi gessosi, variamente modellati.

Il tutto può essere dipinto o decorato con tecniche a fresco, per gli intonaci a base di calce, o a secco.
materiali lapidei, mattoni.
Il materiale lapideo usato viene scelto sulla base della disponibilità e la vicinanza territoriale: in Toscana abbiamo un grande utilizzo di marmi, estratti sulle Alpi Apuane; nel Lazio abbonda il travertino, in Emilia-Romagna i materiali principali da costruzione sono il cotto (mattoni di varie forme, inserti vari di terracotta e ceramica) e l’arenaria.

Altro materiale lapideo diffuso è il calcare.

materiali lapidei, stucco.Per le sculture si privilegiava il marmo, mentre per capitelli, ornamenti, placcature murarie di base, si preferivano materiali meno costosi (travertino, arenaria, pietra serena) o cotto o stucco gessoso.

Le pietre rocciose hanno delle caratteristiche specifiche, sono molto diverse tra di loro sia per morfologia che per colore, quindi cerchiamo di approfondire queste diversità tra di loro e tra i vari materiali lapidei.

La conoscenza dei materiali lapidei utilizzati è condizione primaria per impostare qualsiasi intervento manutentivo, conservativo o di restauro.
Cerchiamo di analizzare i vari aspetti materici, le tipologie e le caratteristiche dei materiali lapidei.

Ricostruzione di materiali lapidei caduti o mancanti, in pietra, mattoni o applicazioni in cotto.

Non sempre le parti lapidee su cui interveniamo sono complete; possono presentare rotture, lacune o cadute varie.

La loro ricostruzione o integrazione pone qualche dilemma sulle tipologie di materiali ed i metodi da adottare.

Il legante migliore da utilizzare è la calce, nelle diverse forme reperibili in commercio, aerea, idraulica, nanocalci, misture varie tipo i prodotti Ledan, ed altri.

Scelto il legante si valuta quale inerte utilizzare, preferibilmente polvere della stessa pietra che dobbiamo integrare; nel caso si utilizzassero sabbie, occorre prestare attenzione al colore dei microsassolini presenti: non devono essere in contrasto con le cromìe dell’opera originale.

Ad esempio i muri emiliano-romagnoli hanno le malte composte di sabbia estratta in loco, prevalentemente chiara e giallognola, e presentano una colorazione tendente al giallo-nocciola; la sabbia del Po, i cui sassolini sono in prevalenza neri o grigio antracite, darà un risultato stridente.

materiale lapideo, calcare.L’integrazione di lacune, si può ottenere con una malta composta di Ledan C30 e polvere dello stesso materiale di quello in opera.

Dopo averli miscelati in rapporto di 1:3(o 2,5), con l’aggiunta di acqua fino ad ottenerne una pastella densa, non colabile, si applicano ad integrazione delle rotture.

La malta deve essere sagomata prima della sua asciugatura, per ottenerne una maggior resistenza agli agenti atmosferici. materiali lapidei, calcare rosso Verona.

Anche nel caso di mattoni o altre tipologie lapidee si può intervenire, variando l’inerte: per i mattoni si utilizza polvere di coccio pesto fine; nella serie fotografica seguente, è evidenziato il percorso operativo.

materiali lapidei, campione in gesso.
campione in gesso di mattone da ricostruire
materiale lapideo, stampo per mattone.
stampi in gomma siliconica.

Con il legante più consono, e le polveri più simili ai materiali usati, si possono ottenere buoni risultati di ricostruzione.

Questa si presenta necessaria ogniqualvolta che si interviene su strutture in uso, che richiedano un loro recupero completo.

Integrabili con questi metodi sono tutte le parti ricavate da rocce, o argille e cotti.

Una delle funzioni delle patine è di protezione delle superfici, dalle possibili erosioni nel tempo, dall’attacco di insetti, batteri o virus: è uno strato isolante, che inibisce il contatto con gli agenti atmosferici.

materiale lapideo, mattone
mattone diamantato ricostruito

Per quanto possano essere di difficile alterazione e durature, resistono per un tempo notevolmente inferiore a quella dell’opera, sono sacrificabili: in caso di alterazione del film protettivo, lo si asporta e se ne riapplica uno analogo, con le stesse funzionalità.

A Bologna e provincia per la costruzione di palazzi avevamo abbondanza di argilla ed arenaria.

Con la prima si costruiscono mattoni, la seconda è una pietra plasmabile, ma non molto resistente: è di origine sedimentaria, risultato di pressione, e tende a sgretolarsi.

I palazzi bolognesi sono realizzati quasi interamente con questi materiali.

Per abbellire le superfici e preservarle nel tempo si sono adottati procedimenti di sagramatura, per i mattoni, e scialbatura per le arenarie: nulla veniva lasciato a vista.

materiale lapideo, sagramatura.
sagramatura di pilasto in cotto.

La sagramatura veniva ottenuta con lo sfregamento di mattoni non completamente cotti e calce sulle pareti fino ad ottenere uno strato uniforme di polvere di cotto e calce di qualche millimetro.

Successivamente con l’applicazione di ferri caldi si accelerava la carbonatazione superficiale della calce ottenendo in brevissimo tempo un film superficiale molto resistente, simile alla pellicola che troviamo nel guscio delle uova.

materiale lapideo, scialbatura.
scialbatura capitello arenaria

La scialbatura la otteniamo applicando una maltina, o boiacca, composta di una miscela di polvere di arenaria, sabbia fine, calce aerea ed eventualmente un pigmento per ottenere il colore giallogolo tipico della stessa pietra.

In questo modo rivestiamo l’arenaria con un film avente le stesse caratteristiche estetiche, ma che può degradarsi preservando la pietra sottostante.

Risanamento e ricostruzione di stucchi, modanature o figure antropomorfe o altro.

Abbellimenti in stucco si sono realizzati con costanza, nel tempo; modanature, altorilievi, inserti antropomorfi, motivi floreali hanno spesso incorniciato ed impreziosito le opere murarie, pareti, soffitti, mensole, camini, … e qualsiasi altra struttura lapidea.

Immagini riprese dalla cultura classica (greco-romana), dalla natura (foglie d’acanto, fiori, rami frondosi), o geometriche, hanno accompagnato spesso ed integrato la nostra visione delle strutture; sono state eseguite con stucchi gessosi.

Non sempre le troviamo integre, per ripristinarne la funzione estetica e riproporre la leggibilità originaria dell’opera sono da ricostruire.

Innanzitutto cerchiamo di comprendere, anche con analisi di laboratorio, la costituzione materica, per poter approntare una malta compatibile e simile a quella in opera.

Il secondo passaggio, consiste nella preparazione ed applicazione della miscela di stucco1; la malta gessosa non deve essere troppo rapida nell’essicazione, altrimenti la sua modellazione aumenta di difficoltà, ma neppure troppo liquida: deve mantenere la sua forma anche verticalmente.

Per integrare le lacune negli stucchi, predisponiamo, quando le lacune richiedono quantità consistenti di materiale, opportune intelaiature di rinforzo, ed applichiamo la malta.

Appena comincia ad asciugare, ma prima che si secchi, iniziamo a modellarla per dare continuità formale con le parti originale dell’opera.

utensili per lavorazione gesso.
graffietti per sagomatura modanature gessose.

Nell’immagine sono visibili alcuni “graffietti” che consentono di ottenere la sagomatura delle modanature.

Qualora non riuscissimo a recuperare quello ottimale, possiamo sempre costruirlo sagomando una lamina di acciaio, vedi l’immagine a sinistra.

materiale lapideo, stucco
ricostruzione modanatura con graffietto costruito ad hoc.

Per un buon risultato, soprattutto se le ricostruzioni sono di notevoli dimensioni, o curvilinee, si possono presisporre delle guide.

È sempre utile farlo, anche per piccoli interventi: semplificano l’esecuzione degli innesti, migliorando da subito l’andamento superficiale ed estetico.

sagomatura gesso con supporto.
sagomatura con supporto lineare di ausilio
modanatura curvilinea, gesso.
ausilio per modanatura curvilinea.

 

 

 

 

 

 

 

modanatura ricostruita e restauro ultimato.
modanatura: restauro ultimato.

Terminata la sagomatura, ed i trattamenti di levigatura e protettivi superficiali, il risultato finale:

La pietra, diverse tipologie e caratteristiche delle rocce.

Dalla geologia apprendiamo tre grandi distinzioni tra le rocce: magmatiche, sedimentarie e metamorfiche.
Le pietre magmatiche si sono formate

dalla solidificazione del magma, una massa fusa generata nelle profondità della litosfera (quindi di origine endogena) e contenente elementi volatili (acqua, anidride carbonica, acidi, idrogeno, ecc…) che conferiscono ad essa fluidità e accelerano le reazioni chimiche. Queste rocce, per via delle varie modalità in cui si solidifica il magma, vengono a loro volta suddivise in rocce magmatiche intrusive o plutoniche, effusive o vulcaniche, ipoabissali o filoniane: le prime si formano all’interno della crosta terrestre o nella parte più superficiale del mantello terrestre e sono caratterizzate da un lento raffreddamento che favorisce la crescita dei cristalli al loro interno (all’incirca 150 mila anni), tipiche rocce di questo tipo sono i graniti e le quarzo-dioriti; le seconde invece si formano in seguito ad un’eruzione o a una colata lavica e pertanto subiscono un raffreddamento rapidissimo (un anno circa) che “congela” parte della roccia in uno stato amorfo. Sono formate da pasta di fondo microcristallina; la loro struttura è vetrosa. Esempi sono il basalto, il porfido e la pomice. Ci sono poi le rocce filoniane o ipoabissali, che, solidificando sotto la superficie terrestre, ma in piccole cavità a profondità modeste, hanno un raffreddamento abbastanza veloce. Le rocce magmatiche costituiscono la quasi totalità della crosta terrestre e del mantello. Esempi ne sono il basalto, la diorite, il granito2.

materiale lapideo, arenaria.
modanatura in arenaria.

Nelle due immagini abbiamo un capitello in arenaria, a sinistra ed un basamento ricavato da calcare, tipologie di pietra di origine sedimentaria:

 

 

le rocce generate per sedimentazione di detriti inorganici, organici e sali minerali, consolidati dalla successiva o contemporanea deposizione di una sostanza cementante. Si dividono in rocce chimiche, organogene e clastiche. Le rocce chimiche si formano in seguito all’evaporazione dell’acqua e alla conseguente precipitazione dei sali disciolti (come ad esempio il gesso). Le rocce organogene si formano in seguito alla sedimentazione di parti dure. Le rocce clastiche si originano dalla disgregazione di rocce preesistenti. In alcune di esse si possono distinguere i clasti, immersi in una sostanza cementante, detta matrice. Si tratta in sostanza di antichi sedimenti litificati a seguito di fasi di degradazione meteorica, erosione, trasporto e sedimentazione. Sono le rocce più diffuse sulla superficie terrestre in quanto coprono oltre l’80% delle terre emerse. Alcuni esempi sono l’arenaria, il calcare, la dolomia3.

materiale lapideo, calcare.
calcare.
materiale lapideo, marmo.
lapide in marmo, particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il marmo appartiene al terzo tipo di rocce, metamorfiche,

originariamente magmatiche o sedimentarie, derivanti da rocce preesistenti, che sono state portate in condizioni di pressione e temperatura diverse da quelle presenti al momento della loro formazione. In seguito a questi cambiamenti la roccia subisce metamorfosi o trasformazioni chimiche e fisiche che ne alterano ad esempio la composizione mineralogica. Alcuni esempi sono l’alabastro e il marmo4.


1 – solitamente consiste di gesso e colla, in commercio si trovano molte tipologie di miscele gessose pronte all’uso, con l’aggiunta di acqua.
2 – estratto da wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Roccia
3 – pagina citata
4 – pagina citata

Patine e loro tipologia.

Le patine, i film superficiali che ricoprono le opere, ne sono parte costituente; prima di iniziare qualsiasi intervento manutentivo o di restauro, conviene analizzarle con attenzione e definirne la composizione, integrità e funzionalità.

Patine naturali ed artificiali

Possono essere artificiali o naturali, depositatesi sulle superfici con il passare del tempo.
Esempi di patina artificiale, la lucidatura, patine artificiali: lucidaturae naturale: patine naturali: incrostazioni di polvere
Possono essere originarie o successive.

Nel primo caso sono state applicate dall’artista.

Spetta a noi capire se la loro è una funzione estetica, per valorizzare l’opera, attribuendole una profondità di campo apprezzabile visivamente, o protettiva, per mantenere l’opera nel tempo.

Possiamo trovare diverse patine stratificate, con funzionalità diverse. Possono essere lacunose ed a copertura superficiale parziale.
patine articiali: pittura ad olio di lino deteriroatasi

Possono essere state applicate successivamente per ripristinare cromìe e protettivi deterioratisi nel tempo; le definiamo consone e pertinenti l’opera o non compatibili.

In questo caso se ne può valutare la rimozione.

La Direzione Lavori prenderà atto dell’effetto estetico, del grado di protezione o danneggiamento, della testimonianza storica, dell’integrità, per definirne l’eventuale conservazione o rimozione.

Quelle di origine naturale si presentano spesso come accumuli di polveri varie e/o incrostazioni di sporco di diversa tipologia.
patina naturale di polvere su superficie dorata

Sarebbero da rimuovere, ma occorre considerare vari fattori: se si sono compattate o inglobate con la superficie sottostante, la loro rimozione comporterebbe anche l’asportazione di parte dell’opera.

In questo caso conviene assottigliare gli strati invasivi, fermandosi prima di intaccare le superfici: meglio una cattiva pulitura che uno spatinamento o danneggiamento di un’opera.

Gli interventi di restauro sono finalizzati alla conservazione di un’opera, quindi cercheremo di salvaguardare le patine originarie.

Interverremo su quelle degradate per rivitalizzarle ripristinandone le funzioni -oppure ricostruendole se non è possibile la soluzione precedente-, ne integreremo le lacune, ne applicheremo di nuove per proteggere le superfici aumentando il periodo di vita degli oggetti.

Patine di diversa tipologia

Abbiamo scritto che una delle funzioni delle patine è di protezione delle superfici, dalle possibili erosioni nel tempo, dall’attacco di insetti, batteri o virus: una patina è uno strato isolante, quindi inibisce il contatto con gli agenti atmosferici.

Per quanto possano essere di difficile alterazione e durature, la loro esistenza è comunque notevolmente inferiore a quella dell’opera, tanto da poter essere sacrificabili: in caso di alterazione del film protettivo, lo si asporta e se ne riapplica uno analogo, con le stesse funzionalità.

La lucidatura di un mobile, col tempo, e l’esposizione a fonti luminose, tende ad ingiallire, ma al contempo preserva la cromia del legno dallo stesso degrado.

A Bologna e provincia per la costruzione di palazzi avevamo abbondanza di argilla ed arenaria.

Con la prima si costruiscono mattoni, la seconda è una pietra plasmabile, ma non molto resistente: è di origine sedimentaria, risultato di pressione, e tende a sgretolarsi.

I palazzi bolognesi sono realizzati quasi interamente con questi materiali.

Patine su materiale lapideo

Per abbellire le superfici e preservarle nel tempo si sono adottati procedimenti di sagramatura, per i mattoni, e scialbatura per le arenarie: nulla veniva lasciato a vista.
sagramatura su clonnascialbatura su capitelli

In queste immagini vediamo esempi di sagramatura, a sinistra, di
scialbatura sui capitelli a destra.

 

La sagramatura veniva ottenuta con lo sfregamento di mattoni non completamente cotti e calce sulle pareti fino ad ottenere uno strato uniforme di polvere di cotto e calce di qualche millimetro.

Successivamente con l’applicazione di ferri caldi si accelerava la carbonatazione superficiale della calce ottenendo in brevissimo tempo un film superficiale molto resistente, equivalente alla pellicola che troviamo nel guscio delle uova.

La scialbatura la otteniamo applicando una maltina, o boiacca, composta di unamiscela di polvere di arenaria, sabbia fine, calce aerea ed eventualmente un pigmento per ottenere il colore giallogolo tipico della stessa pietra.

In questo modo rivestiamo l’arenaria con un film avente le stesse caratteristiche estetiche, ma che può degradarsi preservando la pietra sottostante.

Restauro: cerchiamo di definirlo

Riprendo le discussioni con una serie di articoli sul restauro.

È mia intenzione riuscire a trasmettere a tutti quella conoscenza minima degli interventi che consenta di potersi avvicinare senza diffidenza ad un laboratorio cui sottoporre la propria opera, per ottenere il ripristino della sua fruizione ottimale.

Per restauro si intende l’intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali.

Nel caso di beni immobili situati nelle zone dichiarate a rischio sismico in base alla normativa vigente, gli interventi saranno tesi ad ottenere condizioni di miglioramento strutturale.

Questo recita l’articolo 29, restauro, risanamento struttura lignea. comma 4, del codice dei beni culturali e del paesaggio, Dlgs 42-04 alla voce restauro.

Azioni che possono essere eseguite per il restauro di un’opera:

– programmazione dell’intervento:
analisi dell’opera,
analisi dello stato di conservazione,
analisi delle cause di degrado,
analisi delle condizioni ambientali del suo collocamento.
 – disinfestazione da parassiti di vario genere;
 – pulitura delle sue superfici;
  – eventuale consolidamento, parziale o totale, e risanamento strutturale e superficiale;
 – integrazione delle lacune superficiali,risarcimenti, stuccature;
ritocco cromatico, integrazione delle lacune pittoriche e delle patine;
  – trattamenti superficiali di lucidatura e o mantenimento;
  – trattamenti protettivi.

Nei prossimi articoli saranno presentati i vari aspetti delle lavorazioni, con l’intento di sviluppare un dibattito utile ad un approfondimento conoscitivo dello stesso.

Alcuni spunti per un inizio della disanima delle varie fasi che possono costituire un intervento di restauro.

Il primo, fondamentale, indirizza gli interventi ed eventuali scelte, è il momento dell’analisi dell’opera.

In questa fase cerchiamo di capire quali siano i materiali che la costituiscono, comprenderne le tecniche di esecuzione, valutare le dimensioni ed i rapporti dei diversi volumi in cui è visivamente suddivisibile, analizziamo le patine ed eventuali innesti che possono essere stati inseriti in precedenti interventi manutentivi o di restauro.

Tutte queste informazioni ci aiutano a comprendere il periodo di realizzazione, il suo mantenimento, e di conseguenza di indicano se e come intervenire per un restauro.

Parallelamente cerchiamo di valutare le condizioni generali del suo mantenimento, un eventuale degrado e da quali fattori possa essere causato.

Questi elementi, uniti ad informazioni sulla sua collocazione dopo il restauro ed il tipo di uso cui sia adibito successivamente definiranno anche la tipologia degli interventi.

Scelta del tipo di intervento

Se dovrà essere utilizzato secondo la sua condizione originaria, il restauro dovrà coinvolgere anche un ripristino in toto delle sue funzionalità;

Se il fine è la sua esposizione museale, si potrà privilegiare un restauro conservativo e di ripristino del suo valore estetico.

In tutti i casi queste scelte coinvolgeranno anche la committenza e, se nominata, la Direzione Lavori.

Una scaletta che potrebbe essere di aiuto nell’indirizzo dell’analisi dell’opera, prima di progettare il restauro, è pubblicata qui, ovviamente non è esaustiva, ma costituisce un punto di partenza.