CANTIERI DELLA CULTURA: DAL FUMETTO ALL’ARCHEOLOGIA, OLTRE 133 MILIONI DI EURO PER GRANDI PROGETTI CULTURALISì della Conferenza Stato-Regioni agli investimenti del Mibact

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Sorgente: CANTIERI DELLA CULTURA: DAL FUMETTO ALL’ARCHEOLOGIA, OLTRE 133 MILIONI DI EURO PER GRANDI PROGETTI CULTURALISì della Conferenza Stato-Regioni agli investimenti del Mibact

CITES: cosa comporta per i restauratori del legno.

Sono stati aggiornati gli allegati alla Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione (C.I.T.E.S.).

Questo allegato, la Notifica del Segretariato n. 63/2016, elenca le modifiche alle appendici decise dalla 17A Conferenza delle Parti della C.I.T.E.S., che saranno a breve incluse negli allegati del Reg. (CE) n.338/97.

cites La Convenzione prevede che si possono importare e/o (ri)esportare animali e piante, loro parti e prodotti derivati inclusi nelle Appendici della CITES e negli Allegati dei Regolamenti Comunitari solo se autorizzati.

Vengono, infatti, richiesti permessi che riportano dati precisi in riferimento alle specie che si intendono movimentare (esempio: data di rilascio e di validità, denominazione scientifica e comune della specie, descrizione esatta della merce e gli estremi dell’origine/provenienza della medesima, etc.).

In Italia i certificati sono rilasciati dal Corpo forestale dello Stato e dal Ministero dello sviluppo economico.

Le violazioni della Convenzione sono punite con le sanzioni previste dalla legge 7 febbraio 1992, n. 150 e successive modifiche che, oltre a prevedere specifiche sanzioni per i reati di violazione della normativa C.I.T.E.S., indica precise misure per regolamentare la detenzione ed il commercio delle specie.

La legge 150/92 configura l’inosservanza dei sopraelencati divieti come reati e li penalizza con l’arresto o l’ammenda e, sempre, con la confisca degli esemplari o dei prodotti.

Si affida al Corpo forestale dello Stato la sorveglianza sull’applicazione della normativa che viene effettuata dai Nuclei Operativi istituiti presso le dogane abilitate ed i Servizi C.I.T.E.S Territoriali.

citesNella predetta nota si evidenzia, inoltre, che i soggetti tenuti alla compilazione del registro di detenzione di cui al D.M. 8 gennaio 2002 che detengano esemplari di specie animali e vegetali (o prodotti derivati) di nuova inclusione negli allegati A e B al regolamento 338/97, dovranno riportare tali specimen sul registro entro trenta giorni dall’entrata in vigore dei nuovi allegati.

Chi ne fosse sprovvisto potrà richiedere tale registro al Servizio certificazione CITES del Corpo forestale dello Stato competente per territorio.

citesIn una nota del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, autorità nazionale responsabile in via principale dell’applicazione della C.I.T.E.S., si fa presente che, ai sensi dell’art. 5 bis della legge 7 febbraio 1992 n. 150, coloro che detengano esemplari delle nuove specie iscritte nell’allegato A del regolamento338/97 dovranno farne denuncia al Servizio certificazione CITES del Corpo forestale dello Stato competente territorialmente entro novanta giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – seconda serie speciale – del regolamento comunitario che modificherà i citati allegati al regolamento 338/97.

Ovviamente i prodotti che acquistiamo, essenze lignee esotiche necessarie per il reintegro di lacune nei componenti di arredo di inizio secolo XX, sono regolarmente certificati, quantomeno il venditore è in possesso dei regolari permessi.

Il problema nostro nasce per tutti quei residui di acquisti che abbiamo fatto tanto tempo fa, di cui, essendo passati più di dieci anni1, non siamo più in possesso di fattura d’acquisto, e non siamo in grado di dimostrare la provenienza del materiale.

CNA Artistico Nazionale incontrerà a breve i ministeri competenti (MISE e Ambiente), l’Agenzia delle Dogane e il Corpo Forestale per approfondire la materia.

 


-1 – I documenti debbono essere conservati per 10 anni; personalmente, anche per esigenza di spazio, rimuovo le fatture nell’11° anno.

Volontariato e manutenzione dei Beni Culturali

Da qualche anno le amministrazioni pubbliche ricorrono all’utilizzo di personale volontario, non sempre qualificato, per la manutenzione dei beni culturali presenti sul territorio.

Si stanno verificando assegnazioni di interventi di manutenzione di beni culturali a volontari, da parte di prefetti o sindaci, non rispettando la legislazione in materia e scavalcando le Istituzioni preposte al controllo.

Il 3 febbraio 2014, il Prefetto di Pisa, convoca una riunione con gli altri attori istituzionali cittadini durante la quale assegna all’associazione “Amici dei Musei”, cittadina, la manutenzione ed il pronto intervento sui beni culturali della città.
Informazioni.

16 giugno 2014, a detenuti del carcere di Bollate viene assegnato il restauro conservativo della fontana di Villa Burba a Rho.
Vedi.

26 gennaio 2015, volontari ripuliscono gratis la fontana di Monteoliveto -NA-, in degrado e ricoperta di scritte.
Vuoi leggere?

maggio 2015, gruppi di volontari ripuliscono la città di Milano dalle tracce lasciate dalla manifestazione in occasione dell’inaugurazione dell’EXPO. Purtroppo nell’entusiasmo generale, hanno rimosso anche un murales realizzato nel 2001 da Pao e Linda.
Info.

Bologna vede assegnata ad una decina di squadre di volontari la rimozione di graffiti e scritte varie: esistono delle linee guida per regolamentare le attività, ma, trattandosi spessissimo di laterizi “storici”, non è sufficiente. Ordinanza del Comune di Bologna.

Questo è un breve sunto degli episodi accaduti e che si rinnovano; se ne potrebbero elencare altri, ma sono sufficienti.

Riflessioni sugli interventi affidati a volontariato

Immagine presa da internet: qui

Abbiamo visto alcuni episodi di accesso ad interventi manutentivi di beni culturali assegnati a volontari.

Ora valutiamone la legittimità: per la legge italiana, l’abbiamo visto in precedenza, può intervenire su beni culturali e/o di importanza storica, in altre parole sottoposti a Tutela dalle strutture ministeriali, soltanto chi possiede una qualifica di restauratore o collaboratore restauratore; questo è stabilito dal Dlgs 42-04.

Inoltre la legge 294 del 3 agosto 2000, stabilisce che in un’impresa (o cantiere) con più di quattro addetti, ci sia la presenza di almeno il 20% di restauratori, e almeno il 50% di operatori qualificati, qualifica definita nell’art. 8 della stessa: Operatore qualificato per i beni culturali.

1. Per gli effetti del presente regolamento, per operatore qualificato per i beni culturali si intende colui che ha conseguito un diploma presso una scuola di restauro statale o regionale di durata non inferiore a due anni, ovvero ha svolto lavori di restauro di beni mobili di interesse storico, artistico o archeologico, o di superfici decorate di beni architettonici, per non meno di quattro anni, anche in proprio. L’attività svolta è dimostrata con dichiarazione del datore di lavoro, ovvero autocertificata dall’interessato ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15, accompagnata dal visto di buon esito degli interventi rilasciato dall’autorità preposta alla tutela dei beni oggetto del lavoro.

Per quanto riguarda i restauratori di beni culturali qualificati, siamo in attesa del Bando di accesso alla procedura di qualificazione ministeriale, annunciato per il 30 agosto; se qualcuno fosse interessato a conoscere quanto sia richiesto per il riconoscimento può leggere l’articolo 182 del citato Dlgs 42/04 o consultare le linee guida ministeriali di interpretazione dello stesso scaricandole da qui.

È praticamente impossibile che associazioni autonominatesi amici dei beni culturali, o dell’arte, o dei musei, possano essere costituite in modo da soddisfare le normative legislative nazionali; risulta del tutto evidente che queste assegnazioni, seppur fatte da strutture periferiche dello stato, siano completamente illegali.

Questo tralasciando gli aspetti tecnici e di competenze professionali.

Come può essere utilizzato il volontariato.

Dopo i brevi excursus su volontariato e problematiche del restauro di beni culturali, occorre ora specificare come si potrebbe utilizzare questo tipo di collaborazione in modo consentito dalla legge e senza compromettere le opere d’arte, lasciando queste alle competenze di restauratori qualificati.

Tutte le istituzioni che vorrebbero utilizzare il volontariato di associazioni o singoli per la manutenzione di opere d’arte dovrebbero innanzitutto conoscere la legislazione nazionale, in particolare leggi e decreti citati in precedenza.

È comprensibile che in un periodo di crisi economica e mancanza di fondi si pensi al volontariato come soluzione di situazioni problematiche, ma prima occorre definirne le competenze.

La prima possibilità di organizzazione del volontariato è il suo ricondurlo a gruppi o associazioni, non lasciando che cittadini volenterosi accedano singolarmente a funzioni di analisi del patrimonio culturale.

Parallelamente può essere un forma di controllo ed osservazione periodica dello stato delle opere, da portare avanti in collaborazione con soprintendenze e restauratori qualificati.

Le associazioni o gruppi di volontari, possono

  • raccogliere dati sullo stato di conservazione delle opere, con controlli periodici,
  • verificarne le modifiche, e segnalarle agli organi competenti, soprintendenze e proprietari.

Possono anche cercare di attivare canali di crowdfunding per finanziarne gli interventi necessari, da affidare a restauratori qualificati.

In nessun caso si può delegare strutture di volontariato a sostituirsi alle professionalità pertinenti manutenzione e restauro delle opere d’arte: storici dell’arte, funzionari delle soprintendenze, restauratori di beni culturali; anche una semplicissima spolveratura, in presenza di superfici decoese, può danneggiare l’opera su cui si interviene.

Non si può lasciare intervenire persone inesperte, seppur volenterose.

In conclusione, occorre intervenire per una definizione di compiti e ruoli, a maggior ragione ora che stiamo portando a compimento l’iter di qualificazione dei restauratori di opere d’arte e beni culturali.

 

Il legno, uno dei materiali utilizzati.

Il legno, è uno dei più diffusi materiali da costruzione, per arredi, opere d’arte o di importanza culturale.

Conoscere il materiale è necessario per impostare interventi di restauro o manutenzione e conservazione di oggetti, arredi, opere realizzati con legno.

Una tavola di legno si può vedere suddivisa in due parti, quella centrale, il “durame” dove le venature sono fitte, di colore più scuro, e di maggior resistenza alla pressione (test eseguibile manualmente, ma anche da test di laboratorio risulterà la sua maggior resistenza); e le parti laterali, l'”alburno”, di colore più chiaro, e più “tenero”.

Queste differenze nella struttura del legno sono conseguenti l’andamento stagionale: durante i periodi caldi, le cellule nascono, il loro sviluppo rallenta o si ferma nei periodi freddi, per riprendere con l’avvento del calore, in parallelo con il formarsi di nuove.

Quindi le parti centrali si induriranno; il legno estratto da piante cresciute nei climi caldi, avrà una struttura più uniforme, con venature più omogenee.

Conoscere queste particolarità è importante per la scelta del legno per costruire o restaurare opere lignee, parassiti ed insetti xilofagi saranno più propensi ad attaccare le parti tenere, cioè l’alburno: eliminarne la sua componente dal legno selezionato per innesti di ricostruzione del bene sottoposto all’intervento, contribuirà a ridurre notevolmente il rischio di attacchi futuri da parte di parassiti.

Caratteristiche fisiche del legno: durame ed alburno.

Evidenziamo la differenza tra durame ed alburno, con quest’immagine dove si denotano differenze visive del legno, tra il durame (parte scura) al centro, e l’alburno. tavola di legno massello di castagno

Sono visibili anche alcuni fori di sfarfallamento di insetti xilofagi e tracce di muffe: siamo nella parte bassa, quella appoggiata a terra, che risente dell’umidità di risalita dal terreno e mantiene più morbida la fibra lignea.

Questa tavola è in legno di castagno, un’essenza che tende a deformarsi nel tempo, soprattutto in corrispondenza dei numerosi nodi.

Per ovviare a ciò, cercheremo di eliminarli, ricreando una tavola composta da tanti pezzi, tipo scacchiera, tagliati da listelli di adeguata sezione (quadrata di lato 2-3 cm.), con angolo di 22,5°, ed una lunghezza di 5-6 cm.

Se abbiamo cura di ricostruire anche le linee di venatura, otterremo un materiale estremamente stabile, visivamente compatto da cui ricavare i vari innesti che dovremo inserire per integrare le lacune dell’opera in legno che stiamo restaurando.

Una tecnica simile si utilizza per il legname da costruzione, con il cosiddetto “lamellare”, un insieme di listelli incollati assieme fino ad ottenere tavolati e travi.

testa di tavolato di legno.Con il tempo, il tavolato di legno grezzo o lavorato, si asciuga, ed acquisisce una caratteristica sezione ad andamento curvilineo.

Comportamento del legno e sua conservazione.

Questo fenomeno è connesso alla quantità di acqua nelle venature, che non è distribuita uniformemente; le fibre lignee, restringendosi saranno più vicine all’esterno degli anelli lignei, con il conseguente incurvamento inverso rispetto il loro andamento.

Gli ebanisti, in passato, consideravano questo fenomeno ed assemblavano le tavole di legno in modo che il lato convesso restasse all’esterno dei mobili. Per ora ci lasciamo con l’augurio di un felice fine settimana.

Per disporre del miglior materiale, gli ebanisti nei secoli scorsi, gestivano in proprio l’approvvigionamento del legno, iniziando con la scelta degli alberi da tagliare, il periodo in cui farlo (luna calante, quando la componente idrica scende nelle radici, e nel periodo di stasi vegetativa, da ottobre a gennaio compresi), e la successiva trasformazione in tavole e la stagionatura.

Con queste attenzioni si otteneva un materiale ligneo da costruzione abbastanza stabile, con poche deformazioni (che si riducevano ancora scartando i nodi), scarsamente appetibile agli insetti xilofagi, a batteri e muffe.

Lavorazione del legno: attrezzi.

Abbiamo visto come ottenere le caratteristiche più idonee del materiale, passiamo ora agli attrezzi per lavorarlo, analizzando gli strumenti da banco, manuali, non elettrificati1.
attrezzi lavorazione del legnoNell’immagine ne vediamo alcune tipologie, da sinistra, scalpelli, sgorbie (simili agli scalpelli, ma con lama a sezione curva), un coltello da intaglio, un pialletto, una sponderuola, un taglierino ed un bisturi. Tutti utilizzabili per modellare gli inserti di legno che applicheremo a ricostruzione dell”opera, per la loro preparazione e la rifinitura; li utilizziamo anche per intagliare il legno. intaglio ligneo, stemma.

Un esempio, dove vediamo uno stemma in legno, intagliato, parzialmente ricostruito nella parte superiore, ed applicato allo schienale di una poltrona con modanature intagliate.

Sia per ottenere le modanature originarie, che per ricostruire le parti mancanti, sono stati utilizzati diversi tipi di scalpello e di sgorbie.

I nuovi innesti, realizzati con essenza lignea analoga a quello in opera sono stati patinati come l’esistente, quindi altri utensili per la lavorazione del legno, o meglio per la finitura delle sue superfici, sono i pennelli.

Unione delle tavole: incastri.

Affrontando le tematiche inerenti il legno, dobbiamo anche affrontare le tecnologie di composizione ed i materiali: incastri, leganti o colle, trattamenti superficiali e protettivi. Le tipologie di incastro più diffuse sono essenzialmente due:

– la connessione mortasa e tenone, (esempio) usatissimo sulle strutture di mobili ed altre costruzioni lignee, si ottiene ricavando un dente pari ad un terzo dello spessore del legno da unire, che va a posizionarsi in un’asola equivalente.

Le dimensioni devono essere simili, affinché il tenone (detto anche “maschio”) si possa inserire nella mortasa o “femmina”, aderendo perfettamente, senza forzature o scivolamenti fortuiti.

– l’incastro a coda di rondine, vedi esempio è ottimo per cassetti e strutture scorrevoli, sottoposte a continuo sforzo.

La sua forma caratteristica, trapezoidale, consente una tenuta anche in caso di restringimento del legno o consumo da usura.

Anche se gli incastri, ben eseguiti, mantengono la connessione senza agenti esterni, incollarli aiuta sempre a mantenerne l’efficacia nel tempo.

calesse in legno.
parti costituenti un calesse.

Leganti e colle.

I tipi di leganti o colle sono moltissimi, nel restauro si tende a privilegiarne alcune:

+ Colla animale, d’ossa e/o cascami; in perline o piccole lastre. Si ammolla la quantità che si vuole utilizzare, questa assorbe l’acqua gonfiandosi.

Dopo circa 24 ore, la ricopriamo di acqua e sciogliamo il tutto a bagnomaria.

Una volta sciolta è pronta per l’uso; è un legante rigido, ma che si adatta al variare dell’umidità relativa ambientale.

Usata per incollaggi tenaci sia per le strutture dei mobili che per il fissaggio di piallacci di vario spessore (impiallacciatura). Dal momento che solidifica raffreddandosi, le sue prestazioni sono ottimali durante le stagioni calde.

Rimovibile meccanicamente con l’ausilio di acqua calda, vapore o qualsiasi fonte di calore.

+ Resine polyvine, termoindurenti a base di urea-formaldeide, sono colle tipo one shot (una sola applicazione), ad esempio la cascamite; in polvere, bianca, cui si aggiunge l’acqua per ottenere una pappina densa.

Incollaggio tenace, resistente ad acqua ed umidità, non macchia le pareti lignee, riempie bene eventuali spazi; rigida in caso di tensioni cede, non compromettendo la stabilità dell’opera originaria su cui si è applicato l’innesto di parti nuove a ricostruzione di quelle deteriorate.

+ Si sconsiglia l’utilizzo di collanti vinilici: alterano la cromia del legno, ed essendo elastiche potrebbero mantenere il fissaggio anche nel caso di insorgenza di tensione tra l’opera e l’innesto nuovo; ciò potrebbe danneggiare l’opera originaria.

È preferibile che, in questi casi, l’inserto si stacchi; in tal modo si può reintervenire sull’originale non è stato danneggiato.

Stucchi.

Siamo giunti alle fasi finali della lavorazione su legno; seppur siano state integrate tutte le lacune con inserti e colle, potremmo trovare sulle varie superfici alcune o molte microfessure, fori di sfarfallamento da insetti xilofagi, o altre tipologie di lieve ammanco.

Una buona finitura presuppone che superfici siano omogenee, senza interruzioni, per cui ci aiutiamo chiudendo tutto con stucchi adeguati.

Questo non ha una funzione solamente estetica, ma come abbiamo visto in articoli precedenti, aiuterà a preservare l’opera da attacchi biologici.

Ci sono molti tipi di stucco in commercio, già preparati nei diversi colori; personalmente li scarto, per i colori troppo marcati e non sempre uniformi all’opera, per il ritiro molto accentuato.

Possiamo preparare il nostro stucco, nel colore che preferiamo, con solfato di calcio biidrato, colla di coniglio e ossidi in polvere o terre calcinate, come pigmenti.

Il solfato di calcio è commercializzato come gesso Bologna, da non confondersi con quello che si usa in muratura (che ha già il legante incorporato), gesso marcio, ed altri nomi simili.

La colla di coniglio è reperibile in grani, qui si possono trovare alcune indicazione per la sua preparazione.

Ossidi e terre si trovano in polvere, molto fini: se presentano grumi o ammassi, romperli e setacciarle.

Questo stucco avrà un ritiro minimo ed un’ottima tenuta, nonché durata nel tempo.

Lucidatura e trattamenti finali.

Dopo aver applicato lo stucco, averne rimossi gli eccessi, con i trattamenti delle superfici possiamo ottenere una buona finitura dell’opera.

canterano in legno lucidato con gommalacca. Ci sono molti prodotti commerciali, per la finitura: impregnanti, nitrolacche, ed altro; la tradizione ci insegna ad utilizzare gommalacca, una resina generata dalla difesa di una pianta che cresce nel centro-sud dell’Asia dall’attacco di una cocciniglia (info).

In commercio è reperibile in scaglie, che si sciolgono in una soluzione di alcoli, referibilmente etilico (75%) ed isopropilico (25%).

La gommalacca si applica a pennello, un paio di imbibizioni iniziali, con la finitura vera e propria passando moltissime volte con un tampone di lana in tela di cotone o lino. Maggiori dettagli qui.

Abbiamo visto la lucidatura del legno eseguito con gommalacca; tuttavia, questo materiale entrò nell’uso artigianale europeo dal XVIII secolo.

Precedentemente i trattamenti protettivi dei manufatti lignei erano eseguiti con olio di lino cotto e pappina di cere.

Solitamente si applicava a pennello una prima imbibizione con olio di lino cotto, di cui se ne asportavano gli eccessi con pezzuole di tela.

A volte, su opere di pregio, l’olio veniva miscelato con polvere fine di legno, onde ottenere una superficie perfettamente liscia.

Si applicavano poi ancora una o due mani; passando con una pappina di cere d’api e vegetali (carnauba da un certo periodo in poi), che veniva lucidata con panni di lana.

Considerando che l’olio di lino ha un tempo di asciugatura molto lungo, i tempi di esecuzione si dilatavano.

La combinazione olio di lino e cere, nel restauro, è in uso anche attualmente, in particolare su oggetti o macchine in legno che vengono esposte o conservate all’aperto, e su attrezzi ed oggetti etnografici, cioè parte dell’uso quotidiano contadino ed artigianale.lucidatura con olio di lino e cera su portone in legno.

In commercio ci sono molti tipi di olio di lino cotto ed additivato di sali essiccativi, che ne semplificano l’uso, solventi e biocidi.

Si applica a pennello, due o tre mani, lasciandole asciugare tra una e l’altra, ed asportandone gli eccessi con panni di lana.

Appena asciugatosi, applichiamo un ulteriore strato protettivo, con pappina di cere di api e carnauba (se esposto all’interno), o cera microcristallina tipo Amber, per tutto ciò che si espone all’aperto.

Il vantaggio della cera microcristallina, sintetica, è quello di avere un punto di fusione molto più elevato della cera di api; ciò la rende resistente ai raggi solari ed alle radiazioni ultraviolette.

Fenomeno, molto apprezzabile per esposizioni in esterno, o dietro a vetrate, se in interno.

 


[1] Evitiamo i macchinari: nel restauro raramente capita di doverli utilizzare, e se avviene, si tende a far tagliare le parti in legno a misura, in segheria)

Tanti restauratori, una sola qualifica

TANTI RESTAURATORI, UNA SOLA QUALIFICA!

Comunicato congiunto
Le scriventi Associazioni A.R.I. Ragione del Restauro, CNA e Confartigianato, che rappresentano i Restauratori di Beni Culturali italiani, riunite a Firenze in data odierna, riscontrano un’unitarietà di intenti a salvaguardia dell’elenco unico di qualifica previsto dalla normativa vigente.
Rigettano pertanto con forza l’elenco parziale illegittimamente pubblicato dal Mibact in data 21 Luglio 2016 e concordano una serie di azioni congiunte sul piano legale e culturale da attuare e rendere pubbliche in tempi brevissimi.

Nella generale frammentazione del settore questa iniziativa vuole rappresentare un elemento nuovo e significativo anche nei confronti delle Istituzioni preposte alla tutela ed alla salvaguardia del Patrimonio storico artistico della Nazione nonché delle professionalità che da sempre legittimamente ne fanno parte, per un effettivo ed univoco riconoscimento della figura professionale del Restauratore di Beni Culturali.

Antonella Docci, presidente ARI, Associazione Restauratori d’Italia
Andrea Cipriani,presidente ARR, Associazione La Ragione del Restauro
Gianoberto Gallieri, responsabile Coordinamento Nazionale CNA restauro
Vincenzo Basiglio, Presidente Confartigianato Restauro

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Intaglio e ripristino della sua plasticità originaria.

A volte le opere che dobbiamo restaurare sono carenti di alcune loro componenti, in particolare parte di intaglio, può essersi distaccata, caduta, perdendosi; viene richiesto di ricostruirla.

Per ricostruire parti intagliate, può non essere sufficiente il budget destinato dal committente a remunerare il tempo di lavoro necessario alla realizzazione del/gli intaglio/i mancante.

In questi casi, se non esistono vincoli contrattuali precedenti, si possono cercare soluzioni che soddisfino il cliente e permettano un buon risultato finale. È realizzabile con resine epossidiche del tipo finto legno.

Il calco per ricostruire l’intaglio.

Il primo passo consiste nel prendere un calco di uno degli intagli superstiti; possiamo farlo con gesso, pasta di pane, gomma siliconica. Dopo aver applicato una patina isolante, rimovibile, sulle superfici di cui si vuole prelevare la forma plastica.

Si riempie il calco ottenuto con resina epossidica, la migliore è l’araldit hv 427 con relativo indurente sv 427, e si lascia fermo finchè non è terminata la reazione di indurimento.

Si toglie dal calco, si stuccano eventuali bolle d’aria, si levigano le superfici. Il nostro intaglio è pronto per essere applicato e sottoposto alle lavorazioni successive per renderlo omogeneo esteticamente al resto dell’opera.

Un esempio di questa serie di interventi si può visualizzare qui.

Un altro esempio lo possiamo visualizzare in una serie di immagini postate tempo fa nel blog arte&cultura, che ripropongo:

ricostruzione dell'intaglio
La parte mancante ottenuta con resina del tipo finto legno.

questo è un intaglio angolare inserito in uno specchio, di cui si è smarrita la metà. Essendo rimaste gli altri tre inserti, si è riusciti a prendere un calco esatto di quanto mancava.

 

intaglio ricostruito e ricollocato
L’intaglio completo, inserito nella sua sede originaria.

Come si vede nelle immagini successive, ciò ha consentito di ricostruirlo con un buon risultato estetico.

 

Metodologia e materiale sono riproponibili con ottimi risultati anche in altri settori tutte le volte che occorra ricostruire esattamente delle parti mancanti e si dispone di parti campione.

Ovviamente varia il materiale che si utilizzerà per la ricostruzione: questi sono aspetti che affronteremo in seguito.

intaglio ricostruito ricollocato e dorato
Dopo gli interventi di doratura e patinatura.

Questo è il primo articolo che ho recuperato dal blog dismesso; per motivi tecnici sono riuscito a salvare soltanto il database, e gradualmente ricostruirò quanto avevo scritto.

A presto 🙂